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LUCIO DALLA SULLE ORME DEI FRANCESCANI Stampa E-mail
marted 16 febbraio 2010

 

 

Eslcusivo. Il cantautore bolognese di confessa al «Messaggero di sant'Antonio» edizione per gli italiani all'estero.

«Ho un grande rispetto per sant’Antonio. La sua Basilica è un luogo nel quale il misticismo non è un’invenzione architettonica dell'uomo ma una proposta di Dio».

di Cristina Sartori, pubblicato sull'edizione per gli italiani all'estero del «Messaggero di sant'Antonio» di febbraio 2010, pag. 24-25.

 
Festival di Sanremo, 1971. Un giovane cantautore dall’aspetto curioso, con la barba scura
e fitta, e un basco in testa, intona, con voce ruvida e personalissima, una canzone dal titolo suggestivo:
4 marzo 1943 che conquista il terzo posto nella classifica finale, e immediatamente rapisce il cuore del pubblico che la ribattezza Gesù Bambino.
Gli esordi di Lucio Dalla risalivano a molti anni prima, ma il successo arriva solo con questo brano,  gettonatissimo ancora oggi, ispirato alla sua reale data di nascita, appunto il 4 marzo 1943, anche se il testo non è assolutamente biografico.  
Lucio Dalla nasce a Bologna. Il padre era direttore del Club di tiro a volo della città; la madre Iole Melotti,
sarta e casalinga, rimane presto vedova, con Lucio ancora piccolo da allevare; e perciò diventa una figura
fondamentale per la sua crescita umana e spirituale. «Mia madre – racconta Dalla – era una donna “pazza” e geniale. Era un’artista, e con la sua sensibilità mi ha avvicinato alla religione, al cristianesimo, nella maniera giusta: facendomelo scoprire da solo. Lei era originaria di Manfredonia e capitava spesso, finché ero piccolo, che si andasse a trascorrere lì le vacanze estive. Mamma Iole era molto devota a Padre  Pio e mi trovai a servire messa al Santo di Pietrelcina. Era facile, allora, per un bambino sensibile come me lasciarsi
avvolgere da un’atmosfera di così intensa densità spirituale. Da mia madre ho ereditato la fede cristiana, che non ho mai abbandonato, seppure, in qualche momento della mia vita, ne sia stato distratto».
È una carriera lunghissima quella di Dalla, costellata da grandi successi, da canzoni davvero immortali, curate in ogni dettaglio: poesia nei testi, musica che spazia tra diverse suggestioni, classica, jazz, pop.
Ma Dalla è un perfezionista? «Certamente no! – ribatte il cantautore –. La perfezione non è dell’uomo
che è tuttavia straordinariamente imperfetto per la sua parte umana. La perfezione è dell’Essere supremo; l’uomo può solo pensare, e tentare di imitarlo, ma con pudore». Quando lavora, Dalla a cosa si ispira? «Quando lavoro mi diverto. E cerco Dio in questo mio lavorare. Sono un profondo credente, e Lui è presente in ogni momento della mia giornata. Dio per me è allegria, è organizzazione dello spirito, è proposta continua, è l’emblema di ogni avvenimento della vita: dalla sofferenza alla gioia. Trovo Dio nella mia musica, ma anche nei fischi dei treni lontani, nell’abbaiare dei cani, nel cielo stellato. Le più belle canzoni che ho scritto, me le ha mandate Lui; mi piace sentirmi come uno strumento che Lui suona, una canna al vento mossa da Dio».
Una carriera eclettica quella di Lucio Dalla, un istrionismo il suo che ha saputo spaziare con grande
maestria e originalità, fuori dagli schemi, tra la musica leggera, il jazz, la composizione di opere liriche e
di colonne sonore per il cinema: per film di registi come Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni, Carlo Verdone e molti altri, e per la pubblicità;  fino alla recitazione, alla conduzione televisiva e alla regia teatrale.
Dopo i primi anni e gli album di successo come Anidride solforosa del 1975 e Come è profondo il mare del
1977, il 1986 è l’anno della splendida Caruso, una canzone che ha venduto 9 milioni di copie in tutto il mondo e che è stata consacrata anche dall’interpretazione del grande Luciano Pavarotti.
Nel 1997 Dalla mette in scena una sua versione di Pierino e il lupo di Prokofiev, rappresentata con grande
successo in numerosi teatri italiani. Il cantautore bolognese attinge a piene mani dalla realtà, dalla vita e dai sentimenti che lo circondano. Ama seguire le orme delle grandi figure storiche, tra le quali san Francesco
cui, di recente, ha dedicato un suggestivo spettacolo dal titolo Francesco, canto di una creatura.
«Sono ispirato da grandi presenze come san Francesco – confida Dalla –. Egli è presenza vera nella mia
coscienza. Mi piace la cristianità povera a coraggiosa. Francesco insegna ai suoi confratelli che per essere
connessi a lui nella progettualità del cambiamento, bisogna sapersi levare tutto di dosso: abbandonare
la ricchezze; “dimenticare”, seppure con rispetto, i padri, le madri, i figli.
Discorsi che spesso non s’intrecciano nell’ufficialità della chiesa. Mi piace molto la povertà, la vita che santifica l’uomo nel suo rapporto con il lavoro. E più di tutti mi piace Gesù anche come figura storica, per il suo coraggio di opporsi al potere».
La sua prima stagione artistica è stata costellata da importanti collaborazioni: agli esordi canta testi composti
per lui da Gianfranco Baldazzi e dalla poetessa Paola Pallottino, e dal 1974 al 1977 collabora con il poeta bolognese Roberto Roversi con il quale realizza tre album storici: Il giorno aveva cinque teste, Anidride
solforosa e Automobili.
Verso la fine degli anni Settanta, Dalla inizia un’altrettanto proficua collaborazione con il grande Francesco de Gregori, consacrata dalla trionfale tournée-evento Banana Republic del 1979. Con la fine degli anni Ottanta, un’altra spettacolare collaborazione apre una nuova stagione musicale: l’amicizia con Gianni Morandi dalla quale nasce un disco e un’altra tournée di grande successo. Questo è il biennio (1988-1989) dell’album Cambio dal quale è tratto il singolo Attenti al lupo che detiene il record di vendite in Italia con un 1.400.000 copie! Sempre in contatto con personalità singolari e profonde, Dalla conosce la poetessa Alda Merini, recentemente scomparsa, e mette in musica alcuni suoi versi in due spettacoli: uno dedicato
a Maria Maddalena e un altro dedicato proprio a san Francesco, messo in scena nella Basilica Superiore di
Assisi e nella Chiesa dei Cappuccini di Milano. Alla Merini, Dalla si sente ancora legato: «Con Alda eravamo molto amici – ricorda –: vincemmo insieme il Premio Montale. Lei è, ed è stata, uno dei poeti più grandi del Novecento. La sua umanità e la sua sofferenza sono state glorificate da un atteggiamento di accettazione che è qualcosa di grande, di universale. Si pensi che ha subito trenta elettroshock in manicomio, e ha resistito grazie alla sua tenuta mentale di artista. Per lei la cosa più sacra era l’uomo. In questo era vicina a san Francesco che baciava i lebbrosi, e a Cristo che si è immolato per l’uomo. Alda ha saputo rimanere lontana da questo mondo che inneggia al potere».
Dalla come si è posto dinanzi alla figura di san Francesco nel comporre le musiche per questo spettacolo? «Mi piace pensare che san Francesco fosse un giocherellone, uno a cui piacevano gli aquiloni o le fontane che sgorgano acqua zampillante. In questo spettacolo, nel quale Marco Alemanno legge i versi di Alda Merini, io ci gioco intorno con la musica come penso avrebbe fatto san Francesco che, a quanto si dice, amava giocare a mosca cieca». Un ricordo doveroso va anche a Padre Pio: «Era un francescano anche lui – osserva Dalla –. Ne ho un ricordo infantile, ma lo vedo come san Francesco».
Da un santo francescano come Padre Pio a un altro santo francescano famoso in tutto il mondo come
sant’Antonio. Come lo considera? «Ho un grande rispetto per sant’Antonio – confessa Dalla –. La sua
Basilica, come quella di Assisi dove appunto abbiamo tenuto lo spettacolo dedicato a san Francesco, è un
luogo nel quale il misticismo non è un’invenzione architettonica dell’uomo, ma è una proposta di Dio».
A proposito di collaborazioni importanti, va detto che sempre con Marco Alemanno è uscito nel novembre
scorso l’ultimo album di Lucio Dalla, forse uno dei più belli e intensi, dal titolo Angoli nel cielo (RCA, Sony
music), definito dalla critica musicale «la sintesi di uno stato di grazia, di una serenità che gli consente di

esplorare da altezze sempre maggiori gli orizzonti poetici di una maturità che non è solo anagrafica, ma che si pone accanto alla sua adolescenza compositiva e musicale che qui si ritrova in forma smagliante».

 
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