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Andrea Mantegna: 1506-2006. Catturò i primi segni del Rinascimento Stampa E-mail
lunedì 18 settembre 2006

Nel cinquecentenario della morte tre mostre ripercorrono la vita dell'artefice di un nuovo linguaggio figurativo nelle città che l’hanno visto all’opera: Padova dove è nato e ha compiuto la sua formazione; Verona in cui soggiornò brevemente; Mantova ove fu pittore di corte e dove morì.
di Cristina Sartori, paginone pubblicato su "La difesa del Popolo", settimanale diocesano di Padova, 17 settembre 2006. Pag. 32 - 33.

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Un giovane con le idee ben chiare. A 17 anni Andrea Mantegna sapeva già esattamente cosa avrebbe fatto "da grande", e, consapevole del suo talento, non ebbe alcun timore a misurarsi con artisti ben più famosi e affermati di lui. Facendo un passo indietro troviamo un giovanetto nato nel 1431 a Isola di Carturo, piccolissimo paese nelle campagne tra Padova e Vicenza. Padova da pochi anni è sotto la dominazione veneziana e la Serenissima controlla la scena politica e il clima artistico con le correnti gotiche di ritardo che raggiungono l’entroterra padano, evidenti in bifore, trifore e merlature tanto nei palazzi nobili quanto nell’edilizia minore. Ma la patavinitas, seppure sottomessa al giogo veneziano, non tarda a guardare altrove e ritrova ancora una volta in Firenze la chiave del proprio rinnovamento artistico. Anche Giotto, risplendente da poco più di un secolo nella cappella degli Scrovegni, proveniva dalla Toscana. Questo il clima artistico nel quale Mantegna, figlio di contadini inurbati, dotato di evidente talento, sacrifica i suoi natali per essere affidato in toto, uomo e artista, a un affermato pittore, Francesco Squarcione. Il padre di Andrea, infatti, non potendo garantire un avvenire al talentuoso figliolo, lo affida allo Squarcione, il quale, per poterne disporre a piacimento – sono ben note le vessazioni al quale il dispotico artista sottoponeva i suoi "garzoni" – lo adotta come figlio. Sono anni difficili per il giovane Mantegna, già precocemente consapevole del proprio valore, costretto a subire ogni tipo di prevaricazione. Di giorno a pulire i pennelli e a impastare i colori per gli allievi più grandi ammessi a fare alcune prove e alcuni interventi sulle pregevoli commesse del maestro, e di sera spesso obbligato a svolgere i lavori domestici per sistemare la bottega. È ben vero che in questo clima l’arte di Mantegna mette solide basi che gli consentiranno – ben presto – di spiccare il volo. A soli sedici anni decide che il vecchio maestro non ha più nulla da insegnargli. Nella bottega dello Squarcione, Mantegna ha imparato ad amare e a studiare l’antico, ma la sua ispirazione artistica si rivolge altrove, guarda più lontano. Con un contratto siglato a Venezia nel 1448, il Mantegna si affranca dalla bottega dello Squarcione, che non perdonerà mai il gesto arrogante del giovane allievo. E camminando da solo, Mantegna volge lo sguardo a Firenze attraverso l’incredibile e nuova classicità di un affermato scultore giunto a Padova per lavorare nella fabbrica del Santo: Donatello.
Egocentrico, presuntuoso, arrogante, litigioso, il diciassettenne artista si misura immediatamente con i "colleghi" che all’epoca si disputavano gli incarichi più prestigiosi nel panorama padovano e veneto. E lo fa accettando di decorare, assieme a tre affermati pittori, (Giovanni d’Alemagna, Antonio Vivarini e l’amico Nicolò Pizzolo), una cappella della chiesa degli Eremitani, commissionata dalla famiglia Ovetari, situata appena poco distante da quella degli Scrovegni, quasi a volersi misurare con l’arte di Giotto. E consapevole o no, anche Mantegna alla metà del Quattrocento, come Giotto agli albori del secolo precedente, opererà, nell’arte, una rivoluzione senza pari. Per svariate vicissitudini, compresa la prematura morte del Pizzolo nel 1453, sarà proprio il giovane Mantegna a portare a termine la decorazione dell’intera cappella per la quale riceve gli ultimi pagamenti nel 1445; è ormai un artista famoso e ricercato, anche se il clima a Padova, a causa delle sue intemperanze e dell’inimicizia dello Squarcione, si va raffreddando. Mantegna nel frattempo aveva già allacciato rapporti con Venezia, dove vivono artisti affermati Giovanni e Gentile Bellini. E qui, sposandone la sorella Nicolosia nel 1454, consolida con loro anche una sorta di alleanza culturale. Da un’unione matrimoniale duratura nascono i figlioli che, invano, cercheranno di emulare la carriera paterna, nessuno di loro ebbe in eredità il talento paterno. Dopo una tappa veronese nella quale dipinse la pala di San Zeno (1457- 59), Mantegna venne chiamato a Mantova dal marchese Ludovico Gonzaga come pittore di corte. Dal 1460 iniziò la sua stagione mantovana e in questo periodo dipinse la cappella del castello; tra il 1466 e il ’67 si spostò a Firenze e a Pisa per studiare, finalmente libero dai dettami stilistici veneziani, l’arte alla maniera toscana. Tornato a Mantova, i tempi sono maturi per la decorazione della Camera degli sposi che iniziò intorno al 1471 e terminò con ogni probabilità nel 1474. La morte di Ludovico Gonzaga concise per il maturo pittore con un periodo piuttosto buio, nel quale si presentarono anche problemi di ordine economico tali da indurlo a mettere da parte l’orgoglio e a chiedere un prestito a Lorenzo il magnifico che ne aveva apprezzato il talento. Fortunatamente la sorte mutò con l’ascesa al ducato di Mantova di Francesco II, sposo di Isabella d’Este, che dimostrò nuovo apprezzamento per il pittore affidandogli nel 1485 la decorazione del ciclo del Trionfo di Cesare. E gli anni della sua vecchiaia trascorsero sereni e laboriosi sino alla morte che lo colse il 13 settembre del 1506.

 
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