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Il Gattamelata vuole tornare a risplendere Stampa E-mail
luned 18 giugno 2012

Subito dopo la solennità del 13 giugno, La Veneranda Arca di S. Antonio procederà, utilizzando personale proprio, ad una importante operazione di pulizia della Statua equestre del Gattamelata, sotto la direzione tecnica del Prof. Lamberto Briseghella, secondo una metodologia di intervento già condivisa con le istituzioni preposte, pulizia che permetterà anche l'effettuazione di alcune indagini sullo "stato di salute" del celebre monumento che da oltre cinquecento anni vigila sui visitatori e sui pellegrini dal sagrato della Basilica.

di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano LA DIFESA DEL POPOLO del 10 giugno 2012

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Questo intervento di pulizia – spiega Gianni Berno presidente capo della Veneranda Arca di S. Antonio – sarà anche l’occasione per lanciare una campagna di sensibilizzazione per il restauro del monumento del Donatello, tra i più straordinari d'Europa. Sebbene il finanziatore per il restauro non sia ancora stato individuato contiamo, data l'importanza del Gattamelata, che la risposta non tarderà appena avremo un preventivo di spesa più preciso.
A seguito dei risultati dell'opera di pulitura e dello svolgimento di alcune indagini che dureranno all’incirca un mese - prosegue Gianni Berno – si valuterà, qualora lo stato di salute del monumento fosse problematico, l’eventualità di spostare l’originale, una volta restaurato, in altra sede e di lasciare una copia sul sagrato. Se si decidesse per questa ipotesi, l'avancorpo del Museo Civico realizzato dal Boito (e appena liberato dal Comune), potrebbe essere uno straordinario ricovero per il Gattamelata all'interno di un futuro percorso museale finalizzato a sfruttare gli ampi ambienti ora liberi. Naturalmente il Museo stesso e i suoi spazi andrebbero prima restaurati, ma questo è a mio avviso uno scenario affascinante che merita un confronto con esperti e con la stessa città di Padova, perché rappresenterebbe uno spazio di grande attrazione culturale e turistica.

Una storia affascinante quella di Erasmo da Narni, nato nel 1370 circa (ma gli studi recenti tendono a spostare la data di nascita al 1385), vero nome di battesimo Stefano, passato alla storia come il “Gattamelata” forse perché inalberava sul cimiero una gatta dipinta color miele, e della sua famiglia: la moglie Giacoma della Leonessa; le cinque figlie femmine, tra le quali Romagnola, di leggendaria bellezza; l’unico sfortunato figlio maschio, Giovanni Antonio, morto prematuramente in seguito ad una ferita alla testa che lo lasciò gravemente menomato.
La storia di una famiglia strettamente legata alle vicende della Serenissima che dal 1405 aveva conquistato la città di Padova, e alle signorie fiorentine, raccontata magistralmente da Giovanna Baldissin Molli nel volume dal titolo ERASMO DA NARNI GATTAMELATA E DONATELLO. STORIA DI UNA STATUA EQUESTRE, edito recentemente dal Centro Studi Antoniani, in una collana diretta da padre Luciano Bertazzo.
Questo volume rappresenta una grande novità – afferma padre Bertazzo, direttore del Centro Studi Antoniani – perché per la prima volta lo storico dell’arte va in archivio, nel senso che questo libro ha dato la possibilità di lavorare su più piani arricchendosi di un contributo inedito e preziosissimo ritrovato grazie al lavoro di catalogazione dell’Archivio Storico dell’Arca del Santo che ha restituito l’Inventario del 1467 dei beni di Giovanni Antonio Gattamelata, figlio di Erasmo da Narni, steso a seguito di un contenzioso, ed edito per la prima volta.
Giovanna Baldissin Molli analizza, con ricerca minuziosa e accuratissima verifica delle fonti, la storia del «piccolo signore della guerra diventato Capitano Generale di San Marco» come scrive nella prefazione del volume Antonio Paolucci, vero e proprio anello di congiunzione tra la città di Padova, e quindi Venezia, e Narni, partendo dallo studio della sua vita e della sua famiglia, i “Gatteschi”, con particolare attenzione alla moglie Giacoma della Leonessa, una grande donna del Quattrocento italiano. Un capitolo è dedicato al mestiere delle armi nella Padova del primo Quattrocento; viene inoltre riferito dei rapporti dei “Gatteschi” con Cosimo de Medici, per giungere al nucleo centrale del volume, il quarto capitolo, dedicato allo studio della celebre statua e alla venuta a Padova del Donatello chiamato forse proprio dalla famiglia del Gattamelata per realizzare il più insigne esempio di scultura equestre del Rinascimento.
Erasmo muore il 9 gennaio del 1443. Già da quell’anno la moglie Giacoma con il figlio Giovanni Antonio decidono di far erigere una statua, tomba o cenotafio, dedicata al congiunto che ne perpetui il valore di condottiero e di homo pius, vir humanus, modestus, prudens, come viene ricordato nell’orazione funebre pronunciata da Lauro Quirini. La grande influenza di Giacoma e della famiglia dei Gatteschi ottiene che Donatello si occupi della realizzazione della scultura equestre, per un compenso di 1650 ducati, a perpetua memoria del capitano di ventura che verrà effigiato secondo la maniera “classica” con chiaro riferimento al Marco Aurelio Capitolino.
E’ certo che il Donatello lavora alla fusione dei bronzi delle due parti della scultura, cavallo e cavaliere, dal 1443 al 1445; nel 1447 egli lavora al piedistallo – il che fa presupporre che il gruppo equestre fosse già ultimato –, ma quest’anno segna anche una sorta di cesura tra il lavoro del maestro fiorentino alla statua e all’altare della Basilica di Sant’Antonio. Infatti nel 1453 cavallo e cavaliere non erano ancora assemblati e posti in opera. Un piccolo grande mistero che avvolge questo iato di tempo di circa sei anni nei quali non si comprende il motivo per cui la statua, pur ultimata, non era ancora posizionata sul sagrato della Basilica. Non ho chiarezza su questo punto – scrive l’Autrice nel volume – e il quesito del lungo lasso di tempo tra l’esecuzione della statua e il suo montaggio, almeno per me, rimane tale. Forse gli eventi del 1447 cambiarono qualcosa nella permanenza di Donatello a Padova, oppure era un problema di pagamenti, o forse egli preferì occuparsi della fusione degli altri bronzi per l’altare, rinviando il montaggio della statua equestre e continuando l’attività di bronzista insieme agli aiuti che con lui collaboravano.
Parallelamente, l’esame dell’inventario dei beni di famiglia redatto il 5 marzo 1467 per verificare l’ammontare dell’eredità di Giovanni Antonio, trascritto da Giulia Foladore, restituisce notizie importantissime sulla ricchezza e l’influenza della famiglia dei “Gatteschi” aprendo uno scenario inedito sulla vita e sugli oggetti di lusso dell’epoca. L’asse patrimoniale dichiarato è di 35 mila ducati, dei quali 21 mila “liquidi” e disponibili a pagamenti depositati in una sorta di “conto corrente” dell’epoca. Una ricchezza davvero immensa se si pensa – come spiega Donato Gallo dell’Università di Padova –, che una delle mude veneziane più ricche che tornavano dall’oriente cariche di merci pregiate poteva arrivare ad un controvalore di 3-4mila ducati, e se si considera che per 100 mila ducati la Serenissima aveva acquistato la città di Zara! Incuriosisce inoltre come nell’inventario siano compresi anche muli e cavalli. Tra quelli di maggior pregio, indicati con il nome e con il colore del mantello, il più prezioso si chiama Non ce pensare, un cavallo morello del valore di ben 100 ducati. La lettura dell’inventario restituisce una casa ricca, piena di materiali preziosi tra stoffe, arredi, vasellame, peltri, manufatti di qualità, cui si assommano ingenti proprietà immobiliari a Padova e in varie città, che derivavano dall’asse ereditario di Erasmo e di Gentile da Leonessa, suo parente, al quale egli lasciò il comando della sua compagnia verso la fine del 1440 dopo il secondo attacco di apoplessia.

 
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