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UGO VALERI. VOLTO RIBELLE DELLA BELLE ÉPOQUE Stampa E-mail
venerdì 31 maggio 2013
UGO VALERI. VOLTO RIBELLE DELLA BELLE ÉPOQUE

Padova, Civici Musei agli Eremitani, fino al 21 luglio 2013

La mostra allestita ai Civici Musei fa spazio anche al rapporto di Ugo Valeri con i due fratelli, Diego e Silvio.

Diego in particolare, grande poeta, riuscì a superare solo dop mezzo secolo, il trauma della sua morte.

di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo, il 2 giugno 2013

UGO VALERI. VOLTO RIBELLE DELLA BELLE ÉPOQUE
Padova, Civici Musei agli Eremitani, fino al 21 luglio 2013
 
“Fratello mio migliore

che non sapesti il peso di soffrire

di questa nullità del viver nostro,

vedi tu com’io son povero e triste,

povero e triste nel profondo del cuore,

io che non voglio e non saprei morire?”

 

Forse più famoso di Ugo, certamente più noto ai padovani, era il fratello Diego, poeta e letterato, autore di questa breve lirica tratta dalla raccolta dal titolo Umana, pubblicata a Ferrara nel 1914. Diego era di quattordici anni più giovane di Ugo e lo ammirava come artista e genio scapestrato.

La poetica pittorica di Ugo Valeri infatti si gioca in bilico tra la dimensione degli affetti famigliari più intimi  -rappresentati dal legame con il giovane Diego del quale era molto orgoglioso, e con il fratello di un anno più grande Silvio, il quale, assieme alla moglie Emilia rappresentò per lui forte fonte di ispirazione -, e la dimensione più libertina che lo portava ad osservare e a dipingere l’umanità randagia delle strade e dei postriboli.

Spesso Ugo Valeri è stato confuso con il fratello Diego -  spiega Virginia Baradel che con Federica Luser ha curato la mostra allestita ai Civici Musei agli Eremitani sino al prossimo 21 luglio – e io stessa faccio quasi fatica a nominare Diego, importantissimo certo e di grande orgoglio per il nostro territorio. Ugo aveva quattordici anni più di Diego che lo adorava. Quando Ugo morì probabilmente suicida cadendo da una terrazza al terzo piano di Ca’ Pesaro, Diego si chiuse in un lutto terribile che non riuscì a colmare. Solo cinquant’anni dopo scrisse una paginetta nella quale affermò che Ugo fu ucciso dall’incomprensione. Diego lo amava, gli era stato vicino, ma la differenza d’età era tale che non ci poté essere un rapporto di scambio tra i due. Anche se – prosegue Virginia Baradel – sappiamo che Ugo seguì con orgoglio i successi scolastici e universitari di Diego, gli dipinse il papiro di laurea e quando si sposò gli dedicò numerosi disegni che lo ritraevano con la moglie. Diego comunque conservò sempre molto amore nel suo cuore per questo fratello geniale e sfortunato, anche se fu sempre in punta di piedi a suo riguardo: per il grande dolore, certo, ma anche per una forma di recondito pudore che doveva conciliare nel suo intimo la devozione per quell’amatissimo fratello maggiore e la consapevolezza sulla condotta, sull’alcolismo, ed infine su quel suicidio che pare per primo avallare.

Se per Ugo il fratello minore Diego rappresentò la tenerezza, il fratello di un anno più grande, Silvio, rappresentò la sicurezza della famiglia e la sacralità degli affetti che egli vedeva nel rapporto di Silvio con la moglie, Emilia Maestro.

Emilia e Silvio furono davvero molto protettivi nei confronti di Ugo che era legatissimo a loro – spiega ancora Virginia Baradel -. Adorava Emilia e la ritrasse moltissimo: seduta in cucina, intenta a cucire o nella lettura. E Silvio ed Emilia furono legatissimi a Ugo tanto che diedero il suo nome al loro primogenito che purtroppo morì a soli tre mesi. Lo seguirono a Bologna quando egli vi si trasferì per iscriversi all’Accademia, e poi condivisero con lui il grande momento di Ca’ Pesaro a Venezia che Ugo trascorse proprio a casa di Silvio, dove si era trasferita anche la madre. Silvio ed Emilia furono la sua famiglia di riferimento – conclude Virginia Baradel – mentre la madre rappresentava per Ugo la famiglia d’origine, gli affetti forti, l’aiuto economico del quale egli ebbe sempre necessità e che la madre non gli negò mai.

 
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