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Sono tornate le “ruote“: ora sono “le culle per la vita“. Stampa E-mail
giovedì 02 febbraio 2006

«Neonato gettato nel cassonetto» e la notizia ci strappa un brivido di raccapriccio. Perché non si giunga a questi gesti un’iniziativa un’antica ed efficace tradizione. di Cristina Sartori «Messaggero di sant'Antonio», numero di febbraio 2006.
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Ospedale di Pisa, 16 marzo 1896: una giovane donna dà alla luce una bimbetta, ma non la vuole vedere. Da tempo ha deciso di non tenerla e quando la affida ai sanitari fa scrivere in calce al foglio di rinuncia: «madre che desidera restare sconosciuta». Una delle suore che si prendono cura dei bimbi abbandonati, le dà il nome: Ida. La piccola crescerà in un orfanotrofio sino a quando non verrà adottata, ma non saprà mai il nome di chi l’ha messa al mondo. A suo tempo Ida avrà figli e nipoti. Una di questi ultimi è chi scrive.

È una delle tante storie di bambini nati e abbandonati, comunque finita bene. La mamma di Ida sapeva di poter partorire in ospedale, rinunciare al figlio lasciandolo in mani sicure, mantenendo l’anonimato e senza conseguenze legali o morali. Accadeva più di un secolo fa. È notte. Irina sta male. Sono iniziate le doglie. È sola, non ha nessuno su cui contare. Immigrata clandestina, sa bene che se va a partorire in ospedale rischia l’espulsione. Ma non è solo questo il problema: come potrà mantenere il bambino che sta per nascere? Per badare a lui dovrà rinunciare ai lavori saltuari che le consentono di raggranellare qualche soldo. Piange: per i dolori e perché non vede vie d’uscita. Possiamo solo indovinare il dramma che si scatena in lei quando il piccolo nasce. Alla fine la paura ha il sopravvento. Irina si sente in trappola: chiude la creaturina in un sacchetto nero – nero come la sua disperazione – e la getta tra i rifiuti. Aspetta la notte, la strada è deserta...

Tanti drammi si concludono così, con l’inevitabile brivido di raccapriccio quando la notizia appare sui giornali. Per impedire scelte così tragiche – non basta una vita per smaltire la montagna di rimorsi che queste esperienze provocano – qualcuno di recente ha pensato di rispolverare l’antica istituzione delle «ruote degli esposti», esistenti un tempo in ogni città, di solito presso i conventi. Una mamma che non voleva tenersi il bambino appena dato alla luce, lo poteva depositare lì. Qualcuno lo avrebbe raccolto e si sarebbe preso cura di lui, affidandolo poi alle istituzioni preposte. Alla «povera» mamma restava solo il rimorso dell’abbandono, mitigato dalla certezza che il piccolo avrebbe avuto la possibilità di vivere, anche senza di lei. Se Irina, e tante altre come lei, l’avessero saputo...

Oggi la vecchia «ruota degli esposti» si chiama «culla per la vita». L’iniziativa è stata lanciata dal Movimento per la Vita che in pochi anni ha predisposto queste culle in alcune città italiane, da Aosta a Casale Monferrato a Civitavecchia, da Palermo a Padova, ultima in ordine di tempo ad attivarne una. Disponibili ventiquattr’ore su ventiquattro, le culle sono in grado di soccorrere immediatamente i piccoli abbandonati. L’iniziativa è un tentativo di risposta al fenomeno dell’abbandono e dell’infanticidio. «Le “ruote” sono uno strumento di accoglienza antichissimo – spiega l’onorevole Carlo Casini, presidente nazionale del Movimento per la Vita –; ce n’erano in tutte le città d’Italia; la più famosa a Firenze, collocata nell’Ospedale degli Innocenti, che, nella sua lunga storia, ha salvato dalla morte più di cinquecentomila bambini». Esiste un archivio di questa istituzione (poi soppressa perché ritenuta «medievale»), che conserva gli effetti personali lasciati dalle mamme nelle culle assieme ai loro bambini: indumenti, santini, anelli spezzati, piccoli messaggi, posti come probabili segni di riconoscimento in futuro.

«Negli anni Settanta – continua Casini – si ritenne che l’aborto avrebbe fatto scomparire l’infanticidio. Ma i fatti recenti smentiscono la previsione. Accade che le donne in difficoltà si rivolgano alle strutture preposte quando è troppo tardi per abortire. La società di oggi sembra avere così scarsa considerazione della vita che potrebbe portare le donne a credere che se è lecito scegliere di uccidere il loro bambino prima del parto, lo si possa fare anche subito dopo». La possibilità di partorire in ospedale, e poi lasciarvi il figlio senza che il nome della madre sia menzionato nel suo certificato di nascita, come prevede la legge (DPR 396 art. 30, primo comma), a volte non offre sufficienti garanzie, specialmente se le partorienti sono immigrate clandestine.

«L’iniziativa delle “culle per la vita” ha suscitato molte perplessità perché ritenuta quasi un passo indietro – spiega ancora Casini –. Credo però che trovare un bambino abbandonato nel cassonetto, o peggio, sia più traumatizzante che creare uno strumento moderno, anche se usato in passato, in grado di dire a una mamma: “Se proprio non ce la fai a tenere tuo figlio, affidalo a noi! Nessuno lo saprà e nessuno ti giudicherà”. La “culla”, quindi, ci è sembrata uno strumento civile e adeguato, pur con tutti i suoi limiti».

«Quello che desideriamo soprattutto far capire – dice Antonietta Dan, presidente del Movimento per la Vita di Padova – è che la “culla” non è assolutamente la soluzione. Ci preme, invece, far sapere alle donne in difficoltà che possiamo offrire loro aiuto e sostegno psicologico, morale e materiale, prima che arrivino al gesto estremo. Ma se la disperazione le portasse a concepire l’idea dell’abbandono, la “culla per la vita” rappresenta pur sempre un’alternativa accettabile rispetto ad altre tragiche soluzioni». Afferma Ubaldo Camillotti del direttivo padovano del medesimo movimento: «Il servizio “culle”, offerto dai nostri Centri di aiuto alla vita (Cav), sparsi in tutto il territorio nazionale, è in grado di accogliere il bambino ma anche, e soprattutto, la mamma».

«La “culla” – sostiene l’onorevole Casini – anche se resta vuota, è comunque un inno alla vita, per ricordare che i figli non si buttano, ma si accolgono. Le future mamme che si rivolgono ai Cav per avere un aiuto psicologico, o anche materiale, finiscono quasi sempre, e con grande gioia, per tenere con sé il figlio. Una donna in difficoltà che, con il cuore in subbuglio, lascia il figlio perché sia affidato a una famiglia in grado di accudirlo, è mamma due volte. Essere madre significa dare la vita, certo, ma anche sapersi distaccare dal proprio figlio nel momento di maggiore difficoltà, perchéquesto bimbo viva».

Anche a Padova una «culla per la vita»
Le «culle per la vita», attive da anni in diverse città italiane (Aosta, Casale Monferrato, Civitavecchia, Treviso, Palermo e a Padova), si appoggiano agli oltre 300 Centri di aiuto alla vita operanti sul territorio nazionale. Dal 1975 a oggi, i Centri hanno permesso la nascita di oltre settecentomila bambini. In Germania sono attive una quarantina di culle, quattro solo a Berlino, e analoghe iniziative sono sorte in Francia, Svizzera, Svezia, Danimarca, Romania. La «culla» di Padova, l’ultima in ordine di tempo in Italia, è situata presso il Seef (Servizi per l’età evolutiva e la famiglia). Attiva dalla fine del 2005, si appoggia al Centro di aiuto alla vita della città, il quale ventiquattr’ore su ventiquattro offre aiuto e sostegno alle donne in difficoltà nel periodo della gravidanza.

«Nel 2004 il Cav di Padova ha aiutato 127 donne in gravidanza e 223 con bambini appena nati – informa Anna Smania Toffanin, presidente del Cav padovano – e ne ha ospitate 29, con i loro bambini, in due casefamiglia, mentre nel 2005 ha consentito la nascita di cento bambini. L’istituzione della culla a Padova è stata decisa a causa dell’aumentato numero, in città e nel territorio, di immigrate straniere, regolari e non, che sono le donne più a rischio da questo punto di vista. Abbiamo predisposto depliant informativi in tutte le lingue». «Ci auguriamo – dice Antonietta Dan, persidente del Movimento per la vita di Padova – che la “culla” resti sempre vuota e che le donne in difficoltà ci contattino prima di prendere decisioni estreme».


Per informazioni:

Centro di aiuto alla Vita di Padova, tel. 049 8807635; numero verde Sos vita: 800 813000.

Progetto Gemma adotta una mamma
I dati sono allarmanti. Dal 1978 a oggi il numero di aborti in Italia è passato da 68 mila 688 a 136 mila 715 (dato del 2004 fornito dal ministero della Sanità). Nel 2004 otto bambini sono stati trovati nei cassonetti o abbandonati appena nati; dodici sono stati i casi di abbandono nel 2003, e tredici nel 2002. Certamente i casi venuti alla luce sono in numero inferiore rispetto a quelli reali. Per tentare di arginare il fenomeno, il Movimento per la Vita ha istituito, oltre alla «culla per la vita», il «Progetto Gemma: adotta una mamma, aiuti il suo bambino», grazie al quale con una spesa di 160 euro per diciotto mesi, da versare in un’unica soluzione o a rate, è possibile offrire a una mamma in difficoltà il sostegno economico necessario per portare a termine con serenità la gravidanza e aiutarla nel primo anno di vita del bambino.

Per informazioni sul Progetto Gemma: tel. 02 48702890; email: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 
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