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A Rovigo la prima antologica su Mario Cavaglieri Stampa E-mail
mercoled 07 marzo 2007

Nel quattrocentesco palazzo Roverella di Rovigo è allestita la prima esaustiva antologica dedicata a Mario Cavaglieri, che propone, in 162 opere esposte cronologicamente, tutta la produzione pittorica dell’artista.

di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano di Padova "La Difesa del Popolo", domenica 11 febbraio 2007.

(Per vedere la pagina clicca sul pdf)


L'aigrette è il ciuffo di piume che orna il capo di certi uccelli. Si usava per abbellire cappelli, ma anche sugli abiti stile impero e infilato nello chignon alla fine dell’Ottocento. L’aigrette s’intitola uno dei più famosi dipinti di Mario Cavaglieri. Giulietta, la sua musa ispiratrice, è ritratta nell’atelier dello studio padovano dell’artista, avvolta in un abito rosso con un cappello nero sormontato dalla piuma che dà il titolo all’opera. Alle sue spalle un’ampia vetrata, aperta, lascia intravedere il paesaggio del parco circostante. Così l’artista, rodigino di nascita (1887), amava ritrarre la protagonista dei sofisticati salotti dell’alta borghesia che il pittore frequentava, abbigliata secondo la moda e il gusto dell’epoca, avvolta in scialli pregiati o contornata da tappeti e arazzi finemente ricamati. Dotato di talento precoce, il giovane Cavaglieri si formò a Padova, sotto la guida di Giovanni Vianello presso cui studiavano anche Felice Casorati e il giovane Umberto Boccioni. Nel 1907, ventenne, lascia l’impostazione classica appresa nell’atelier del Vianello, apre uno studio proprio, segue i corsi di Cesare Laurenti e inizia la sua sperimentazione artistica che lo porterà a elaborare, dal 1913, una tecnica pittorica del tutto personale e innovativa, abbandonando i temi intimistici delle prime opere. Gli anni sono quelli immediatamente precedenti il primo conflitto mondiale, drammatico evento del quale tuttavia l’alta borghesia rimase sostanzialmente estranea. E infatti anche le tele di questo periodo, definito degli “anni brillanti”, non sembrano risentire degli echi della guerra, se non forse in un ritratto di Mimina Airoldi di Robbiate, Ora tragica (1917), raffigurata seduta in una poltrona rossa avvolta in un lungo velo nero che può essere quello vedovile o la divisa delle infermiere al fronte. Caratteristica di questo periodo è una pittura materica, sostenuta dal colore, – i tanto citati “colori primordiali” celebrati dal critico Roberto Longhi – spesso spremuto sulla tela direttamente dal tubetto. «Quasi una sorta di anticipatore dell’Action painting – spiega Alessia Vedova coordinatrice del comitato scientifico della mostra rodigina – la sua è una pittura personalissima, fatta di materia viva e pennellata guizzante che lo rendono quasi antesignano dell’informale. Come ritrattista di donne affascinanti, in altrettanto affascinanti salotti, Cavaglieri si avvicina a un altro italiano celebrato in Francia, Giovanni Boldini(a cui il padovano palazzo Zabarella ha dedicato tempo fa un’ampia mostra), famoso per i ritratti di dame dell’alta borghesia. «Sicuramente Cavaglieri ritrae interni eleganti arredati con gusto decadente e raffinato – commenta Alessia Vedova – in cui compaiono le belle nobildonne che frequentava, prima tra tutte Giulietta, ma rispetto al Boldini conserverà sempre una nota più intimistica. Non a caso Boldini resterà sempre legato agli ambienti culturali e mondani mentre Cavaglieri a un certo punto della sua vita si ritira in se stesso, nella sua famiglia e nella cerchia delle amicizie più care. Attento all’eredità della pittura classica italiana, (macchiaioli, veristi, paesaggisti lombardi) e proteso verso i primi movimenti di rottura come il divisionismo, l’artista affida alla materia, al colore primordiale la trama dei suoi dipinti nei quali anche la figura umana passa in secondo piano, subordinata alla pennellata e all’ambiente che, complici anche le tele di enormi dimensioni, diventa sempre più protagonista, al punto da esistere come soggetto del quadro di per se stesso. Opera di sintesi di questa tendenza, I fidanzati riconciliati (1916) ,forse la tela di maggiori dimensioni dipinta dall’artista, che, sola, racchiude tutta la poetica degli “anni brillanti”: la dimensione sociale privilegiata, il fascino di una società decadente, i quattro protagonisti (le due sorelle Crivellari con i rispettivi fidanzati), posti agli estremi della tela. Il punto focale della composizione è, quasi provocatoriamente, il tavolo sontuoso e riccamente imbandito. Nel 1921 finalmente riesce a sposare Giulietta, rimasta vedova, e dal 1925 si trasferisce in Francia: «Sono gli anni della serenità – conclude Alessia Vedova – in cui nuova fonte di ispirazione diviene il paesaggio guascone delle lievi colline e dei colori tenui che il pittore riprenderà in tutti i momenti della giornata e delle stagioni e nel quale troverà una nuova pace e un nuovo equilibrio con se stesso. Ai paesaggi sereni e luminosi, nei quali la pennellata si fa più leggera e i toni pià smorzati, è dedicata l’ultima splendida sala della mostra, che in una suggestiva carrellata accompagna il visitatore sino alle ultime produzioni dell’artista. Mario Cavaglieri muore nell’amata Peyloubère nel 1969.

La mostra “Mario Cavaglieri” di palazzo Roverella a Rovigo resta aperta fino al 1° luglio; è curata da Vittorio Sgarbi e coordinata da Alessia Vedova. Orari: feriali e festivi dalle 9 alle 19; sabato dalle 9 alle 23. Chiuso i lunedì non festivi.

Per informazioni e prenotazioni: call center 0425-21530 -26270, Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo - www.turismocultura.it

 

 

 

 

 

 
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