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gioved 12 giugno 2008
La libertà di stampa si conquista ogni giorno

Sabato 3 maggio scorso, prima giornata dedicata alla memoria dei giornalisti uccisi.

di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano La DIFESA DEL POPOLO del 4 maggio 2008.

Per visionare la pagina in pdf, cliccare qui sotto.

Testimoni a rischio della vita
Sabato 3 maggio, in concomitanza con la giornata per la libertà di stampa indetta dalla assemblea generale dell’Onu nel 1993 e organizzata dall’Unesco, si celebra in Campidoglio la prima giornata della memoria dedicata ai giornalisti uccisi dal dopoguerra a oggi, dalla mafia, dal terrorismo nazionale e internazionale, dai conflitti recenti. Una celebrazione, quella presieduta dal presidente Napolitano, che inizia alle ore 11.30 e coinvolge l’ordine, il sindacato e le varie associazioni di categoria (ordine, Fnsi, Inpgi), dedicata al ricordo, alle testimonianze di parenti e colleghi, ma anche all’impegno a sostegno dei professionisti sottoposti a intimazioni, minacce e attentati, per rivendicare il pieno e libero esercizio della professione. Per la circostanza l’Unci (unione nazionale cronisti italiani) pubblica un libro sui colleghi sacrificatisi per la libertà di parola come Mauro De Mauro ucciso dalla mafia, o Walter Tobagi e Carlo Casalegno uccisi dal terrorismo, fino agli ultimi, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni e i vari altri morti nei teatri di guerra.
«Il sacrificio di questi nostri colleghi – sostiene Lorenzo Del Boca, presidente dell’ordine nazionale dei giornalisti – costituisce un poderoso esempio di professionalità.
Il fatto di morire per un principio, per un’idea è un sacrificio che esige un rispetto particolare. Significa che la libertà di stampa non è un principio vuoto e un po’ retorico, ma che si vivifica di contenuti».
Perché un giornalista viene ucciso?
«Credo perché in questa società della comunicazione, come modernamente si è configurata, si preferisce il portavoce, il giornalista fedele e arruolato al giornalista rispettoso dei fatti, che li racconta non come piace siano raccontati, ma piuttosto come li vede. Noi abbiamo il dovere di resistere a questa corrente di pensiero e continuare a sostenere che la vera informazione è quella di chi è testimone di un fatto e lo racconta».
In Italia c’è libertà di informazione o è solo apparenza?
«Se devo rispondere con un sì o con un no, direi di sì: c’è libertà d’informazione. Basta confrontarsi con i paesi nei quali il regime o la dittatura vietano questa libertà e la differenza è evidente. Va detto però che la libertà di stampa, come qualsiasi forma di libertà, non è acquisita una volta per tutte, ma è necessario conquistarsela ogni giorno, impegnandosi con fatica, con sacrificio, e qualche volta con i morti, per far sì che i contenuti di questa libertà siano continuamente vivificati».
Che valore dobbiamo dare a questa ennesima giornata della memoria, che anticipa di sei giorni quella (9 maggio - uccisione di Aldo Moro) dedicata alle vittime del terrorismo e si assomma a tante altre?
«È certamente una manifestazione significativa, forse un po’ retorica, ma ricca di contenuti per ribadire che il giornalista è un mediatore che sta in mezzo a due squadre di calcio che giocano a pallone, in mezzo a una contesa tra sindacati e imprenditori, in mezzo ad una polemica letteraria e, qualche volta, in mezzo a due
batterie di missili che si sparano addosso con il rischio di lasciarci la pelle. E questo dimostra che il nostro è un mestiere serio, a volte serio da morire».
A Edoardo Pittalis, vicedirettore del Gazzettino e autore di vari volumi che raccontano i fatti dell’ultimo secolo, chiediamo se non sia ridondante dedicare una giornata ai giornalisti morti per la libertà di informazione. «Se nel mondo c’è ancora chi muore per raccontare la verità – sostiene – significa che viviamo in un mondo non ancora libero. I giornalisti mettono a repentaglio la loro vita per la libertà di stampa sia nei paesi in guerra che in quelli in pace. Costoro non sono martiri dell’informazione, ma persone che hanno pagato con la vita la libertà di informazione, un bene preziosismo del quale ci si accorge nel momento in cui se ne viene privati. E quello è il momento nel quale non c’è più nulla da fare».
Eppure c’è chi, leggi Beppe Grillo, ha appena organizzato una giornata di protesta contro i giornalisti sostenendo che la libertà di stampa non esiste...
«In Italia c’è libertà di stampa e di informazione perché viviamo in una democrazia e in uno stato libero. Gli strumenti per la diffusione dell’informazione ci sono e sono molteplici: i giornali, la radio, la televisione, anche internet, numerosi e svariati mezzi attraverso i quali l’informazione filtra comunque. Il problema in Italia è semmai quello dell’omologazione dell’informazione. Va ricordato quanto disse il presidente Ciampi esortando i
giornalisti a “tenere la schiena dritta”: più che molte voci del coro che dicono la stessa cosa ci sarebbe bisogno di molte voci che dicono cose diverse. O di solisti capaci di dire ciò che pensano veramente».
Si chiede anche l’abolizione dell’ordine dei giornalisti. Che ne pensa?
«L’ordine si può modificare e magari anche abolire; forse è un retaggio del passato.
Ma è necessario che l’accesso alla professione avvenga secondo condizioni ben determinate. Il giornalista ha tra le mani un’arma potentissima che può causare danni al pari di un cattivo chirurgo, un cattivo avvocato, un cattivo notaio. Nel momento in cui si ha la possibilità di usare questo grande strumento che è l’informazione
si deve essere abilitati a farlo e ci deve essere un codice deontologico che stabilisca le regole e che le faccia rispettare. Specialmente nel caso l’informazione riguardi i minori, le donne, la privacy. Non è tanto un problema di ordine, ma di accesso alla professione che va regolato e le cui regole vanno rispettate».
Cristina Sartori
 
 
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