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luned 11 aprile 2011

L'unità d'Italia segnò un periodo molto travagliato per il mondo cattolico che fu portato a riconsiderare alcuni concetti chiave del suo rapporto con le istituzioni statali. L'intervista a Gianpaolo Romanato, storico della Chiesa, docente di storia contemporanea all'Università di Padova.

di Cristina Sartori

Pubblicato sul settimanale diocesano LA DIFESA DEL POPOLO del 12 marzo 2011.

Uno dei grandi “capitoli irrisolti” del risorgimento italiano fu la questione cattolica, a causa del divorzio tra movimento cattolico e nazione dovuto all’irrisolto problema dell’indipendenza del papa. Se gli italiani con l’unificazione raggiunsero il traguardo politico di essere riconosciuti, almeno formalmente, come un unico popolo e si posero finalmente nello scenario europeo come “stato”, per la chiesa l’unificazione segnò l’inizio di un momento di grande travaglio che culminò, ma non fu affatto concluso, nella presa di Roma, il 20 settembre 1870.

Eppure non fu sempre così: come visse la chiesa gli anni dei moti risorgimentali che condussero a quel fatidico 20 settembre 1870? «Per la chiesa – risponde Gianpaolo Romanato, storico della chiesa e docente di storia contemporanea all’università di Padova – fu comunque un periodo sofferto quello che andò dal 1848 al 1861. Prima però, sino al 1848, l’unificazione aveva una forte componente cattolica: non si dimentichino il Gioberti, l’idea federale, l’ipotesi neoguelfa che desiderava coinvolgere il papato nel processo di unificazione della Penisola. Ma nel 1848, e più precisamente il 29 aprile di quell’anno, i rapporti tra chiesa e risorgimento si rompono con la famosa allocuzione di papa Pio IX che ribadisce l’impossibilità che lo stato della chiesa partecipi alla guerra contro l’Austria. Da lì in poi la rottura è stata sempre più drammatica e vissuta da parte della chiesa in maniera sempre più angosciosa. La rottura con il risorgimento divenne, un po’ alla volta, rottura con la modernità in genere, con la cultura liberale e con la futura politica dell’Ottocento e fu all’origine di quella cultura nota poi come “l’intransigenza cattolica”».

Il 1870 è quindi la data che segna un confine tra un “prima” e un “dopo” per la storia della chiesa. Segna inoltre un momento in cui la chiesa accusa certamente una grande perdita, ma paradossalmente – e la storia lo comprenderà solo più avanti – segna anche l’avvio di una inaspettata rinascita. In che senso?

«Il 20 settembre 1870 segna la fine definitiva del potere temporale dello stato pontificio, che di fatto era già avvenuta nel 1861 quando territorialmente era stato ridotto all’estensione dell’attuale Lazio. La Santa Sede visse quella data come la fine della chiesa stessa. Allora non si ebbe la lucidità per capire che liberarsi del fardello del potere temporale sarebbe stato in futuro, per la chiesa stessa, l’occasione del suo rilancio sul piano spirituale. E di fatto, questo è quanto è avvenuto dopo il 1870. La chiesa, non più stato temporale, non più stato tra stati, non più depositaria di interessi connessi alla gestione del territorio, ma libera di muoversi nella realtà internazionale, conobbe uno straordinario rilancio, in particolare negli anni del pontificato di Leone XIII (1878-1903). La chiesa
divenne una grande forza spirituale nel consesso internazionale a cui gli stati iniziarono a guardare, in funzione di mediatrice, per risolvere conflitti e diverbi di confine. In definitiva si può affermare che il 1870 segna un grande
discrimine: chiude certamente un’epoca, ma ne apre un’altra, anche se la chiesa del tempo non ne ebbe la percezione».
Un’altra data che si può accostare al 20 settembre 1870 è quella dell’11 febbraio 1929, la firma dei Patti Lateranensi tra il cardinale Pietro Gasparri segretario di stato vaticano e Benito Mussolini capo del governo italiano. Cosa ha significato questa data per la storia della chiesa?
«I Patti Lateranensi chiudono una diatriba durata sessant’anni, costata lacrime e sangue alla chiesa, ai cattolici
romani e ai cattolici di tutto il mondo (il “Non expedit” ebbe infatti pesantissime ripercussioni tra tutti i cattolici).
Con i patti questa frattura, almeno formalmente, si sana e quindi si chiude un ciclo. Il fatto che fossero sottoscritti
con un interlocutore non particolarmente affidabile come il fascismo fece sì allora, e anche oggi, che qualcuno li abbia considerati un momento negativo nella vicenda. Credo invece che sia stato un atto di realismo da parte della chiesa, che colse il momento storico e approfittò di un interlocutore particolarmente favorevole e disponibile a trattare.
Anche De Gasperi riconobbe che fu un atto di intelligenza, seppure di cinismo. C’è da aggiungere che con i Patti Lateranensi la chiesa ottenne, sia pure in forma simbolica, ciò che aveva sempre richiesto dopo il 1870, vale a dire la ricostituzione di una qualche forma di sovranità temporale, riconosciuta territorialmente. In questo modo riottenne la dignità di soggetto di diritto internazionale, e tornò ad essere considerata “stato tra stati”, con la possibilità, da allora in avanti, di partecipare alla vita internazionale su di un piano di parità con altri paesi. Partecipò alla Società delle Nazioni e dopo la seconda guerra entrò nelle Nazioni Unite e nelle agenzie a esse collegate; partecipò su di un piano di parità a tutte le conferenze internazionali e potè riprendere a pieno titolo i rapporti diplomatici tra gli stati. Oggi credo che la Santa Sede sia l’entità internazionale che ha la più ampia rete di rapporti diplomatici».
Sembrerebbe che la chiesa non abbia mai ritenuto di essere realmente sé stessa se non attraverso un certo qual riconoscimento nell’agone politico. Per la sua opinione, è una riflessione azzardata sostenere che alla chiesa non bastasse mantenere quella dimensione di spiritualità e di evangelizzazione suo malgrado ritrovata dopo il 1870, quando appunto si liberò del fardello del potere temporale?
«È una riflessione corretta. La chiesa non ha mai rinunciato a considerarsi “societas perfecta” dai tempi di
Roberto Bellarmino (Cinque- Seicento). Si è sempre considerata cioè una comunità spirituale ma anche
una realtà giuridica e una entità statale sullo stesso identico piano degli stati operanti nella realtà internazionale. Bellarmino infatti definiva la chiesa uno stato al pari di Venezia, della Francia, della Spagna. Questa autopercezione non è venuta meno dopo il 1870 e venne in qualche modo riconosciuta con i Patti Lateranensi, anche se con una dimensione statale simbolica e non più operativa dato che il Vaticano aveva un territorio di 44 ettari. Tuttavia i patti confermano questa autopercezione: non solo comunità religiosa, ma anche entità giuridica di diritto pubblico, anche per poter operare su di un piano di parità con gli stati e con le realtà attive nella politica internazionale. Questa è una anomalia della Chiesa rispetto alle altre religioni del mondo; nessuna altra
religione infatti si autointerpreta come si è sempre autointerpretata la chiesa».
Prima del risorgimento gli italiani si sentivano uniti anche grazie al senso di appartenenza alla chiesa; dopo che cosa è accaduto?
«Non c’è dubbio che il risorgimento abbia comportato una frattura, dividendo la dimensione religiosa da quella civile e politica, spesso in conflitto tra loro. Non credo però che prima del risorgimento, quando l’Italia era divisa in tanti stati, gli italiani si sentissero tali grazie alla religione. Il senso religioso era forte, ma non era l’unico elemento unificatore per una popolazione distribuita nei vari staterelli. È certo piuttosto che, dopo le vicende risorgimentali, si è cercato di costruire l’ethos civile italiano separandolo nettamente dal sentimento religioso. Si è cercato di costruire una specie di “religione civile” che prescindesse dalla componente cattolica: enorme errore e vizio d’origine di un’Italia che ne subisce ancora i condizionamenti in senso negativo. Sono passati 150 dall’unificazione, i conflitti ottocenteschi sono per fortuna molto lontani e la chiesa cattolica ha dato un apporto decisivo, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, alla costruzione della nuova Italia democratica. Oggi che i conflitti di allora sono superati credo che si possa riconoscere in maniera equanime il contributo che i cattolici hanno dato alla costruzione del senso civile in Italia. Anzi, credo che oggi cattolici e non cattolici siano posti dinanzi alla sfida della secolarizzazione, della modernità e della postmodernità su piano di perfetta parità riconoscendo, l’uno all’altro, il contributo che possono dare alla vita futura di questo paese».
Cristina Sartori
 
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