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gioved 13 gennaio 2011

Aperta sino al 30 gennaio a Palazzo dei Diamanti (Ferrara) una raffinata mostra dedicata a Jean Siméon Chiardin, il "pittore delle differenze".

di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano LA DIFESA DEL POPOLO, 25 dicembre 2010.

 

Il consiglio è di affrettarsi per non perdere la mostra allestita a palazzo dei Diamanti, a Ferrara, che chiuderà i battenti il 30 gennaio, dedicata a Jean Siméon Chardin (Parigi 1699- 1779), particolarissimo e raffinato pittore che rappresentò per la Francia del Settecento ciò che Jan Vermeer fu per l’Olanda un secolo
prima. La mostra è godibilissima anche se non si conosce il pittore, grazie alla scelta operata dal curatore Pierre Rosenberg, presidente direttore del museo del Louvre e massimo esperto di Chardin, che propone un percorso espositivo estremamente chiaro per seguire l’evoluzione della poetica compositiva
dell’artista, dalle prime nature morte che gli valgono l’ingresso alla Accademia reale di pittura e scultura di Francia, sino allo studio delle figure umane ritratte nelle più semplici occupazioni quotidiane, innalzando così la scena di genere a una nuova raffinatezza e dignità espressiva.
Ma questa mostra è anche un divertissement, un curioso e appassionante gioco alla “ricerca delle differenze”. Infatti Chardin amava dipingere più volte lo stesso soggetto, la medesima scena compositiva, arricchita da dettagli differenti e riprodotta nelle diverse sfumature della luce, sperimentando la resa del quadro con diverse modifiche, utilizzando una sorta di tecnica fotografica ante litteram. Infatti in mostra sono sapientemente accostati i due esempi del Giovane scolaro che disegna (1734, uno proveniente da Stoccolma e uno da Fort Worth); le due versioni del Garzone d’osteria che lava una brocca (1736-38) e de La governante (1739); e addirittura tre varianti del celebre Le bolle di sapone o Ragazzo che fa le bolle di sapone (1734), opera tra le più famose e note di Chardin, scelta come immagine simbolo della rassegna ferrarese.
Il percorso espositivo procede sino a un quadro che rappresenta forse il momento clou della ricerca artistica del francese e che segna, in qualche modo, il momento di passaggio tra la prima produzione e i quadri della piena maturità artistica e personale avvenuta verso gli anni Cinquanta del 18° secolo: Mazzo di garofani, tuberose e piselli odorosi in un vaso di maiolica bianca a motivi blu (1755). Da questo momento in poi, infatti, Chardin torna alle nature morte, ma con una pennellata completamente diversa e con una ricerca coloristica e di luce del tutto nuova: utilizza infatti un accostamento ardito per qualsiasi pittore, tra il blu del vaso e il marrone dello sfondo. E il risultato è, a detta del critico Vilmorin, «sbalorditivo. Un altro pittore avrebbe messo il vaso contro uno sfondo blu, invece Chardin ha usato un fondo bruno. Azzurro e marrone, i colori più difficili
per un pittore, e guardate quanto è felice il risultato». Una nuova stagione in cui è evidente la diversità dalle composizioni della giovinezza, nella morbidezza dell’impasto del colore e delle linee sfumate nella luce. Merita tra tutte ammirare il Bicchiere d’acqua e bricco da caffè (1760), opera in cui egli raggiunge un’arte senza tempo, un’armoniosa perfezione tra forma e sentimento.
Cristina Sartori
 
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