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Padre Peter Zago tra i bambini del Pakistan Stampa E-mail
mercoled 20 settembre 2006

È un’altra delle molte tragedie dimenticate. Del devastante sisma avvenuto nel nord est del Pakistan l’8 ottobre 2005 non si parla più. Le stime ufficiali parlano di centomila morti, trentamila solo a Balakot, epicentro del terremoto. Sin da quei primi giorni immediatamente successivi alla sciagura, i missionari salesiani con il VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, hanno iniziato a organizzare i soccorsi procurando cibo, vestiario, medicinali e ripari ai sopravvissuti. Tra loro padre Pietro Zago – ma tutti lo conoscono come "padre Peter" – originario della diocesi di Padova, da sette anni missionario a Quetta, a ovest del paese.

di Cristina Sartori, pubblicato sul mensile MADRE, agosto 2006

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Padre Peter è stato tra i primi a recarsi nelle zone colpite e a quasi un anno dal sisma sta ancora lavorando, tra mille difficoltà, per avviare la lenta ricostruzione di case e scuole grazie al sostegno del VIS e delle altre ONG internazionali attive nel territorio. "Il terremoto – racconta padre Zago – ha colpito la zona montuosa a nord del paese con molte importanti città come la capitale Islamabad, Lahore, Peshawar, alcune situate anche a 2500 metri di altitudine, e quindi molto difficili da raggiungere con i soccorsi. D’inverno in alcune zone c’è la neve. Perciò abbiamo dovuto attendere la primavera per iniziare a costruire le prime case. Da novembre al marzo scorso abbiamo lavorato per portare, ogni tre settimane, vestiti, generi alimentari, zucchero, thè e latte per i bambini e per le famiglie che vivono accampate sotto le doppie tende. Queste persone hanno superato l’inverno grazie al nostro aiuto diretto e con l’aiuto dei militari presenti nella zona che facilitano il passaggio di cibo e beni. Il VIS è stata la prima ONG a venirci in aiuto per raccogliere cibo e materiali durante questo primo inverno, particolarmente duro per i bambini, le donne e le vedove. Con l’aiuto di due confratelli, don Miguel Ruiz e don Cristobal Palmieri, – prosegue nel suo racconto padre Zago –, abbiamo continuato la distribuzione di cibo e materiale e la costruzione di case. Le prime venti abitazioni sono state ultimate e abbiamo già provveduto all’acquisto di quasi tutto il materiale – legno, cemento, lamiere corrugate – per altre 48 case e abbiamo fondi per costruirne un centinaio. Purtroppo la costruzione di ogni casa è comprensibilmente lenta per le altezze a cui dobbiamo arrivare con i materiali, per le strade ancora danneggiate e ultimamente franate durante le piogge primaverili e anche, per la lentezza dei nostri bravi operai, in maggioranza tutti giovani appartenenti alle famiglie vittime del terremoto. Abbiamo a disposizione macchine da falegnameria, generatori portatili e un paio di mezzi di trasporto e stiamo ora ultimando i disegni per le tre scuole da costruire lungo i dodici chilometri di pendio dove si trova la zona Manu Jabra". Dopo il freddo inverno, con escursioni termiche anche di 15/20 gradi in meno dal giorno alla notte, e le torrenziali piogge primaverili, l’estate dà un po’ di sollievo alle popolazioni che vivono ancora nelle tendopoli, ma è necessario pensare ai prossimi mesi. Il sisma ha tolto loro ogni avere e soprattutto ogni forma di sussistenza. Poi c’è la necessità di costruire scuole, dove impartire una istruzione più completa. "Durante la mia ultima visita a Manu Jabra, qualche settimane fa, ho notato che le strade di montagna, dopo il primo affrettato intervento di emergenza dei militari, sono ancora come erano tre mesi fa, se non in condizioni peggiori a causa delle slavine in seguito alle ultime piogge. I sopravissuti vivono ancora accampati sotto le tende. Non ho visto nuove costruzioni e le nostre venti case col tetto blu, già realizzate, insieme a quelle che stiamo costruendo, sono, a mio parere, l’unico segno che la vita sta riprendendo. Da Balakot in giù, per chilometri e chilometri, sono rimaste le tendopoli delle varie organizzazioni statali e private, e ci sono pochissime nuove case. La ripresa è lenta e temo che alla fine dell’estate, pochissime persone avranno una casa e la maggioranza delle famiglie dovrà affrontare un secondo inverno sotto le tende". Sono le donne, con i bambini, le principali vittime di questo sisma; oltre ad aver perso la casa e i pochi averi, per le molte vedove, alle quali non è permesso lavorare, si profila il dramma della fame, anche a causa di un sistema politico che non riconosce loro alcun diritto. Che futuro c’è per le donne in Pakistan? – chiediamo. "Se la donna riceve una istruzione e una educazione certamente ha grandi capacità – risponde padre Peter –. Noi pensiamo – e con noi anche molti musulmani – che l’educazione delle donne darà certamente una svolta al movimento democratico del paese. Pur nel rispetto del Corano, vi sono, in alcune città, movimenti femminili di indipendenza e di libertà di espressione per la donna". I segnali positivi, dunque, ci sono: lo si vede anche dalla presenza di scuole cattoliche nelle città più grandi, come a Quetta, dove opera padre Zago, frequentate da molte ragazze musulmane benestanti. "Le famiglie – spiega padre Peter – vogliono le loro ragazze ben educate anche in vista di un matrimonio più lucroso. Quando la donna ha cultura, si sa imporre anche in famiglia e nell’educazione dei .gli, e ciò fa la differenza. È un cambiamento lento ma continuo. Ben diverso invece il discorso nelle zone del paese in mano agli estremisti, dove si teme l’applicazione della sharìa. Ma – conclude con ottimismo il missionario salesiano – vedo una possibile democrazia in Pakistan se il governo avrà la volontà e la forza di continuare su questa strada".

 
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