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LA PADOVA POSSIBILE DI GIUSEPPE JAPPELLI Stampa E-mail
venerd 20 giugno 2008
 La fortunata mostra Giuseppe Jappelli e la nuova Padova. Disegni del museo d’Arte, allestita ai Musei Civici degli Eremitani fino al 4 novembre 2008, espone oltre un centinaio di tavole di progetti realizzati e non, e offre lo spunto per cercare di immaginare la “Padova possibile” concepita dal genio del grande architetto veneziano di nascita e padovano di adozione. Anche se il modo migliore per fruire la mostra è quello di andare a ricercare nel tessuto cittadino quanto è stato realizzato e ancora oggi sopravvive della produzione di Giuseppe Jappelli, ammirandone il genio, l’innovazione, la lungimiranza, e il particolarissimo eclettismo.

di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo, 22 giugno 2008.

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 Forse più ricca di edifici colonnati di gusto classico, un tutt’uno con la zona termale di Abano e Montegrotto, con un centro direzionale e universitario in Prato della Valle e con il cimitero nella zona di Sant’Osvaldo. Ecco, con ogni probabilità, come sarebbe stata Padova se fossero stati realizzati tutti i progetti “padovani” di Giuseppe Jappelli (1783-1852).
Ma oggi non vediamo nulla di tutto ciò dato che molti di questi progetti non furono mai realizzati. Al contrario di altri che mantengono ancora la loro vitalità e freschezza come ad esempio il Caffè Pedrocchi e i Giardini Treves.
La grande intuizione di Jappelli per la città non fu allora ritenuta possibile. Egli sosteneva che Padova avrebbe dovuto svilupparsi verso sud, collegandosi in un tutt’uno urbanistico con la zona termale di Abano e Montegrotto, che, con i primi dell’Ottocento iniziava a svilupparsi. Ciò in risposta ad una precisa esigenza di carattere turistico che mirava ad esaltare le attrattive cittadine, al termine di una fase che aveva visto la città di Padova in decadimento, e a cui Andrea Memmo, provveditore della Serenissima tra il 1775 ed il 1776, aveva cercato di rispondere commissionando al Cerato la sistemazione di Prato della Valle.
Con il Caffè Pedrocchi, Giuseppe Jappelli era riuscito a creare un nuovo asse urbanistico: Stazione ferroviaria – Università e Caffè Pedrocchi – Prato della Valle – Bassanello. In accordo con la lungimiranza di Antonio Pedrocchi, per la prima volta era stato realizzato un luogo di ritrovo sociale, politico ed economico fuori dal sito tradizionale delle piazze padovane.
L’intento di Jappelli era di rivitalizzare il sito di Prato della Valle portandovi l’Università. Già dal 1819 si discuteva per rinnovare l’edilizia dello Studio Patavino che, con il solo palazzo del Bo’, non era in grado di sostenere l’afflusso di studenti e le organizzazioni degli insegnamenti.
Secondo la logica di favorire l’espansione meridionale della città, Giuseppe Jappelli nel 1824 presentò il suo progetto che prevedeva un fabbricato imponente racchiuso tra la Basilica del Santo e quella di Santa Giustina, con un prospetto colonnato che si affacciava direttamente sul Prato. La pianta dell’interno – esposta assieme a rilievi dell’area interessata e vari prospetti agli Eremitani - mostra un grande atrio antistante il cortile interno sul quale di affacciano le varie aule e i laboratori. Sul retro, l’area va ad appoggiarsi alle mura cittadine includendone un bastione. Il progetto fu rifiutato. Ma in un certo qual modo l’idea di portare lo studio in Prato della Valle passò comunque dato che nel 1904, nemmeno un secolo dopo, il Peressutti edificò proprio in quella zona il pensionato universitario Antonianum.
Allo stesso modo Jappelli cercò di portare in Prato anche un centro direzionale riprogettando la Loggia Amulea andata distrutta da un incendio nel 1822. Il podestà Antonio Saggini si rivolse allo Jappelli chiedendo un progetto che “tenesse in conto dell’utilità comunale e del pubblico decoro”. Nel 1825 era già pronto il modello in legno – anch’esso esposto in mostra – concepito dall’architetto: un edificio con prospetto ripartito in archi al piano terra e colonne ioniche al piano primo e coronato da un fregio molto simile a quello del Pedrocchi. Dopo un lungo contraltare di progetti e proposte anche questa idea rimase sulla carta; nel 1859 fu Eugenio Maestri a proporre un progetto che, promettendo molto all’esterno e mantenendo poco nella sostanza, fu ribattezzato vox populi “sipario di pietra”.
Come architetto Japelli riflettè su tutti i momenti cruciali dei viver civile di una città: la formazione con l’Università; l’economia e il momento sociale con il Pedrocchi nel quale era stata collocata la Sala Borse; il turismo, favorendo l’espansione verso Abano, cittadina nella quale aveva progettato i Giardini del Montirone; la funzione sociale, con particolare attenzione alla rieducazione dei carcerati, ideologia secondo la quale, intorno agli anni Venti dell’Ottocento, egli propone all’amministrazione cittadina un altro dei grandi progetti non realizzati, quello della Casa di Forza di Padova nella zona del Castello Carrarese. Già agli inizi della sua carriera Jappelli si era interessato di edilizia carceraria proponendo alcune modifiche all’adattamento del Danieletti del Castello Carrarese. Ma negli anni Venti elabora un preciso concetto di “macchina da riformare” - come lo definisce Beatrice Mazza in suo saggio del 1978 -. Egli concepisce un carcere razionale, costruito in modo tale da consentire ad una sola guardia di tenere sotto controllo i detenuti. Ecco la pianta stellare a quattro bracci collegati l’uno con l’altro con una scala elicoidale al centro della struttura.
E non poteva mancare l’architettura funeraria nella quale Jappelli, intorno al 1826, si cimentò con un progetto per il cimitero di Padova da situare in zona decentrata, nel quartiere sant’Osvaldo. Ma nemmeno questo fu mai realizzato. La commissione respinse il progetto jappelliano e si dedicò alla tormentata costruzione del cimitero maggiore nella parte opposta della città, a Chiesanuova.
Più fortuna ebbe con la progettazione di case e giardini sia in città che nella provincia. Qui Jappelli liberò il suo genio artistico elaborando, anche in aree di modeste dimensioni, ricercati parchi romantici mossi da sinuosi viali, piccole montagnole, efficaci scorci prospettici. Il tutto reso ancor più affascinante da curiose architetture inserite ad arte tra le essenze verdi delle quali Jappelli, anche appassionato botanico, sapeva intuire sviluppi delle chiome, alternanza delle fioriture, e scenografie verdi. Talento per il quale fu nominato “l’Ariosto dei giardini”.
Cristina Sartori
 
 
 
 
 
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