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GOUPIL e GLI ITALIANI DI PARIGI. Mostra a Palazzo Roverella Stampa E-mail
marted 26 marzo 2013

Rovigo. la mostra di Palazzo Roverella.

A PARIGI L'ARTE PARLAVA ITALIANO
La mostra curata da Paolo Serafini presenta le opere più significative degli italiani che lavorarono a Parigi negli anni dell'Impressionismo sotto l'egida della Maison Goupil. Viene proposto anche un inedito accostamento tra originali e riproduzioni.

di Cristina Sartori, pubblicato su LA DIFESA DEL POPOLO del 24 marzo 2013

C’è stato un tempo in cui gli artisti italiani a Parigi e in tutta Europa, dettavano la moda e anche le regole del mercato dell’arte. Il primo ad accorgersene fu il più famoso gallerista dell’epoca, Adolphe Goupil, che appunto nella seconda metà dell’Ottocento, divenne ben presto l’ideatore di un innovativo sistema di divulgazione dell’opera d’arte, che, non a caso, era per lo più di matrice italiana.
Una singolare ed affascinante mostra allestita a Palazzo Roverella di Rovigo, racconta l’avventura della Maison Goupil e tramite la sua storia quella degli Italiens de Paris, e di come per la prima volta l’arte divenne “accessibile”.
Stiamo parlando appunto della rassegna dal titolo “Il successo italiano a Parigi negli anni dell’Impressionismo: la Maison Goupil”, aperta sino al 23 giugno.
La mostra propone un inedito confronto tra opere e riproduzioni, esse stesse opere d’arte – spiega il curatore della rassegna Paolo Serafini -. È stato fatto un grande lavoro di identificazione dei dipinti, poiché non erano mai stati studiati i registri del Getty Museum di Los Angeles e gli inventari del Musée Goupil di Bordeaux. Dopo due anni di studi, ho ritrovato molti quadri italiani e venti di questi, tra i quali alcuni capolavori di Giovanni Boldini e tutti i quadri di Antonio Mancini realizzati negli anni parigini, sono esposti per la prima volta a Palazzo Roverella.
Adolphe Goupil (1806 – 1893) nasce come editore di stampe e di libri antichi. Si specializza come mercante d’arte e nel 1829 fonda la sua Maison occupandosi di incisioni e litografie. Per primo coglie l’anelito all’arte e al collezionismo della nuova classe borghese. Dagli anni ’40 e ’50 dell’Ottocento, consapevole che l’opera d’arte ha un prezzo non sempre alla portata dei nuovi collezionisti, diventa egli stesso committente degli artisti più in voga acquistando, oltre all’opera d’arte, anche i diritti per la riproduzione. Sceglie con gusto raffinatissimo gli artisti più apprezzati dell’epoca, interpretando il nuovo gusto borghese e consentendo alla classe emergente di possedere opere d’atre e riproduzioni fedelissime e di altissimo livello a basso prezzo.
Negli anni dell’affermazione dell’Impressionismo francese, per la sua scuderia Goupil guarda all’Italia, o meglio a quel gruppo di artisti italiani emigrati in Francia e conosciuti come Les Italiens de Paris.
Dagli anni ’70 dell’Ottocento cominciava infatti a manifestarsi un mercato dell’arte - prosegue Paolo Serafini – proprio grazie ad alcuni pionieri come Giuseppe De Nittis che non a caso apre il percorso espositivo. A Parigi dunque i mercati conoscevano questi artisti italiani e rimanevano incantati dalla luce dei dipinti italiani, in grado di trattare i temi più diffusi con taglio del tutto differente.
De Nittis, Boldini, ma anche Vittorio Corcos, Antonio Mancini, gli “Italiani di Parigi” che entrano a far parte della Maison Goupil indirizzano il gusto e dominano il collezionismo dell’epoca. Ma quali erano le caratteristiche per entrare a far parte della corte di Goupil?
Era necessario avere caratteristiche qualitative di eccellenza - racconta il curatore Serafini – la Maison infatti era marchio di garanzia assoluta per i collezionisti. Goupil sceglieva soltanto gli artisti migliori e i più eleganti e per questo apprezzava in particolare gli italiani. Giovanni Boldini starà con lui solo cinque anni realizzando alcuni dei capolavori più raffinati, e in mostra si possono ammirare tre dipinti provenienti da collezioni private americane mai esposti sino ad ora. Desidero anche ricordare la sala dedicata appunto ad Antonio Mancini, nella quale sono esposti tutti i quadri da lui realizzati negli anni parigini con la serie completa dedicata ai “Saltimbanchi”. E infine un ritrovamento eccezionale, il quadro intitolato “Sposalizio in Basilicata” di Giacomo Di Chirico, realizzato ed esposto a Napoli nel 1877, poi perduto e ritrovato in una collezione privata in Messico e qui nuovamente esposto accanto alla sua incisione dopo 140 anni.
Se Goupil fosse vissuto oggi sarebbe stato possibile replicare questa avventura?
In realtà – risponde Serafini – i sistemi dei mercanti di oggi sono gli stessi di Goupil. I suoi pittori più importanti esponevano nei Salon così come oggi un gallerista cercherebbe di far esporre i suoi artisti alla Biennale. Goupil faceva pubblicare i suoi quadri sui grandi cataloghi dei Salon e sui giornali più importanti e lavorava sulle riproduzioni, cosa che ancora oggi accade.
La differenza sostanziale è che a quel tempo c’era un momento di evoluzione collezionistica molto definita; i nuovi compratori borghesi erano in grande e veloce espansione e bastava quindi seguire il gusto dominante, indirizzarlo e proporlo ai collezionisti. Goupil in tutta la sua carriera vende ben 31mila dipinti!
Oggi i sistemi del collezionismo sono molto più diversi; tutto è più veloce e il mercato è mondiale. Ogni nuovo concorrente presenta nuovi gusti, nuove tradizioni storiche, politiche, economiche e sociali e diventa per questo molto più difficile avere un gusto “dominante” e diffonderlo come fece appunto Goupil.

Una mostra quella di Palazzo Roverella che si legge attraverso un doppio registro: il dipinto e la sua incisione, spesso accompagnati dalle lettere di incarico dell’illuminato mercante ai suoi artisti, secondo una chiave di lettura appunto del tutto innovativa, quella di proporre al pubblico un’arte di qualità, raffinata, ma accessibile in forme diverse, senza tuttavia tradire l’ispirazione artistica ed il valore dell’opera stessa.
Tra tutti, ci permettiamo di segnalare un quadro in particolare: “Enfin… seuls!” di Edodardo Tofano, che non veniva più esposto dalla Biennale del 1928.
È davvero l’icona di questa mostra – conclude il curatore Paolo Serafini – che racchiude molti degli elementi del successo della Maison Goupil. In origine questo quadro, che rappresenta due sposi abbracciati al termine della festa nuziale, si intitolava semplicemente “Seuls”. Fu Goupil a suggerire all’autore di cambiare il titolo in “Enfin … seuls!” sottolineando così la gioia e l’attesa degli sposi che possono finalmente iniziare la loro vita matrimoniale. Il dipinto con il nuovo titolo divenne ben presto una delle icone della Maison. Goupil ne trasse dodici fotoincisioni a colori e numerosissime cartoline cosicché questa scena così particolare che assomma le suggestione spagnole di Mariano Fortuny, la pastosità tutta italiana nella resa degli incarnati e dei bianchi della sposa, la lettura inglese degli interni, divenne famosissima.

 
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