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martedì 24 luglio 2007

Non tutti ne sono a conoscenza, ma fu proprio il Duce a volere la costruzione degli studi romani diventati famosi in tutto il mondo, e che hanno dato ali ai sogni degli italiani.

di Cristina Sartori, pubblicato sul Messaggero di sant'Antonio, numero doppio di luglio e agosto 2007.
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Fu un’inaugurazione in grande stile quella del 28 aprile 1937. Dopo soli 457 giorni dalla posa della prima pietra, apriva i battenti, alle porte di Roma, il sogno di Cinecittà. Le pellicole impolverate mostrano una pomposa parata di personalità civili e militari mentre attraversano, con il passo affrettato delle riprese video d’epoca, i cancelli dei nuovi studi romani. Signore dell’alta borghesia capitolina con cappelli immensi e tacchi a rocchetto al fianco di gentiluomini in abito rigorosamente scuro, sorridono entusiasti al seguito di Benito Mussolini, fiero e impettito nella divisa di regime.

Fugaci immagini d’Oltreoceano avevano convinto il duce che il cinema potesse rappresentare uno strumento di propaganda politica efficace per consolidare il regime fascista, tanto che nel 1934 Luigi Freddi, futurista e fascista oltre che amico di Galeazzo Ciano, fu incaricato di organizzare una Direzione generale della cinematografia finalizzata al controllo delle ideologie ma anche alla promozione del nascente mezzo cinematografico. Tra le iniziative della Direzione vi fu anche la costituzione dell’Ente nazionale industrie cinematografiche (Enic) nel cui ambito sorse niente meno che Cinecittà. Sulle ceneri di un misterioso incendio, quello degli studi Cines di via Veio a Roma (1935), nasceva dunque la «Fabbrica dei Sogni», che oggi compie i suoi primi settant’anni di vita. I lavori iniziarono il 26 gennaio del 1936 e in poco più di anno vennero ultimati gli stabilimenti. Il progetto originale dell’architetto Gino Peressutti prevedeva dodici teatri di posa, un Centro industriale cinematografico con stabilimenti di sviluppo, stampa e montaggio, la sede del Centro sperimentale di cinematografia e la nuova sede dell’Istituto «Luce», primo esempio di educazione, informazione e propaganda pubblica posto sotto l’autorità e il controllo dello Stato.

Si parte alla grande. Solo nel 1937 vengono prodotti e girati 19 film che salgono a 48 nel 1940 fino a sfiorare il record di 59 pellicole nei due anni successivi.Ma all’orizzonte iniziano a spirare venti di guerra. Con l’imminente conflitto crolla la produzione cinematografica. L’Italia deve guardare al fronte: le avventure di Vittorio De Sica nei panni del Signor Max «telefoni bianchi», ben presto lasciano il posto ai cinegiornali che riportano le vicende belliche intrise di immagini, spesso volutamente propagandistiche, commentate da una prosa veloce e colorita. Dopo la caduta del regime fascista gli stabilimenti di Cinecittà mettono da parte i sogni e accolgono la disperazione degli sfollati del comune di Roma ricoverati nei grandi capannoni rimasti vuoti oltre mille dipendenti perdono il lavoro, i set vengono smontati e trasformati in legna da ardere dai romani affamati e allo sbando dopo l’8 settembre, le strutture in metallo rivendute. Nel 1945 la produzione è ferma. «Nell’immediato dopoguerra – spiega Maurizio Sperandini vicedirettore generale di Cinecittà Studios – si apre per Cinecittà un periodo di grande sviluppo che Signore le commedie in stile. i scontra con quella che all’epoca era la realtà del Paese. Quando arrivano a Roma i registi americani per girare i film «peplum», come Quo Vadis degli studi ci sono ancora gli sfollati. Da un lato lo sfarzo del cinema hollywoodiano giunto a Roma, dall’altro la realtà di coloro che sbarcano il lunario lavorando nelle mega produzioni come operai, artigiani e comparse. Un contrasto curioso: di giorno Cinecittà è teatro di grandi produzioni internazionali mentre di notte è un enorme campo nomadi.

Sono questi – prosegue Sperandini – gli anni importanti del cinema italiano nei quali si raggiunge l’apice della sinergia tra il potere economico dell’industria cinematografica americana e la creatività e capacità artigianale italiana». Con l’arrivo delle grandi produzioni delle conquista l’appellativo di «Hollywood sul Tevere» e prendono vita gli indimenticabili allestimenti di imponenti set cinematografici come Cleopatra, Ben Hur.

Nel 1946, dieci anni dopo l’inaugurazione degli Studi, Giulio Andreotti visita Cinecittà ed è proprio il politico italiano a coniare una legge ad hoc che vieta agli americani di esportare gli utili derivanti dalle produzioni realizzate nella cittadella del cinema, obbligandoli a reinvestire. accanto ai «sandaloni» americani – così venivano chiamati i film dalle manovalanze locali – fiorisce il grande cinema italiano del neorealismo, con produzioni indimenticabili di altrettanto indimenticabili registi: Luchino Visconti, Alberto Lattuada, Ettore Scola, Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini. «L’anima di Cinecittà è sicuramente Fellini – racconta Sperandini – sia per il cinema nazionale che per il cinema internazionale. Negli studi di Cinecittà esiste uno spazio nel quale abbiamo raccolto tutte le sue cose: la sua scrivania, le sue scenografie, i reperti più importanti del suo lavoro. e internazionale...

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