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L'ARTE SCOPRE LA DONNA DI FATICA Stampa E-mail
marted 28 agosto 2012

L'ARTE SCOPRE LA DONNA DI FATICA

Una mostra allestita a Villa Pisani di Strà racconta la "Nobiltà del lavoro. Arti e mestieri nella pittura veneta tra Otto e Novecento"

di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano LA DIFESA DEL POPOLO del 26 agosto 2012.

 

Merlettaie, venditrici di fiori, tabacchine, impiraresse ovvero infilatrici di perle. Ma anche contadine, balie, pescivendole, lavandaie, e con l’affacciarsi del Novecento persino maestre.
Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il Veneto è provato dalla caduta della Serenissima (1797); dalla soppressione del sistema delle corporazioni ad opera di Napoleone (1806) che provoca un esponenziale aumento della disoccupazione; dalla terza Guerra di Indipendenza e dalla cessione all’Austria (1848) e, nel 1866 dalla successiva riunificazione al territorio nazionale che trova Venezia spossata dalle carestie e dalle numerose e drammatiche epidemie di colera, tifo e vaiolo. In questo momento storico di grandi stravolgimenti politici, sociali ed economici - così come in tutti i momenti storici di grande crisi -, si fa appello a qualsiasi forza lavoro: madri, mogli, giovinette sono costrette a conciliare il lavoro tra le pareti domestiche - e la cura dei numerosi figli - con l’impiego nelle fabbriche, con gli impieghi “a giornata” o “a cottimo”, con il lavoro a domicilio, con orari talvolta disumani e paghe da miseria.


Scene di una vita quotidiana delle quali l’espressione artistica a cavallo tra Otto e Novecento non può non tenere conto. Ecco che accanto ai paesaggi bucolici e agresti immersi di luce e ai salotti d’antan di raffinata eleganza dei quadri del primo Ottocento, appaiono le scene di vita quotidiana, tanto idealizzate quanto talvolta crude ed impietose. La pittura, come afferma scandalosamente il Segretario dell’Accademia Pietro Selvatico Estense, per interessare bisogna che “scorra per le vie”, “entri nelle chiese, negli ospedali, nelle officine”.
Un mondo che sta cambiando molto velocemente sia dal punto di vista politico che economico e sociale. E la condizione che cambia forse più in fretta in questo momento di passaggio, soprattutto per le donne del popolo, è proprio quella legata al lavoro. Sono loro infatti le protagoniste: le donne del popolo coprono un quarto della forza lavoro e dominano la scena urbana mentre dal punto di vista dell’indagine artistica assommano gli ideali di natura, bellezza e interesse per il vero ricercati dagli artisti del tempo.
Sono le donne immortalate in questo nuovo ruolo sociale le protagoniste della mostra allestita a Villa Pisani di Stra dal 2 giugno al 4 novembre 2012, dal titolo Nobiltà del lavoro. Arti e mestieri nella pittura veneta tra Ottocento e Novecento. La rassegna, quarto appuntamento dedicato alla pittura veneta a cavallo dei due secoli ospitata dai corridoi della “Nazionale” (promossa dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Venezia, Belluno, Padova e Treviso e organizzata da Munus), è curata da Luisa Turchi e Myriam Zerbi, e in una settantina di opere racconta lo svolgersi di mestieri antichi e nuovi nella Venezia di fine XIX e inizio XX secolo.
la mostra guida il visitatore alla scoperta di scorci di vita quotidiana, talvolta allegri e sereni come nelle prime tele esposte di Guglielmo Ciardi, Giuseppe Barison (La portatrice d’acqua), Luigi Serena (Mercato dei fiori); più sfrontati come ne Credendosi sole (la pittrice) di Napoleone Nani, curioso dipinto nel quale è raffigurata una pittrice con tanto di sigaretta tra le labbra intenta a ritrarre la propria modella, incurante di due accigliati gentiluomini che le spiano seminascosti da un tendaggio; o più meditabondi come la Fruttivendola di Cesare Laurenti (1889) nella quale la giovane è appoggiata al suo banco con uno sguardo pensoso e lontano. Vi sono inoltre quadri più vicini alla scena di genere come Il barbiere rusticano (Barbiere alla casalinga) del padovano Oreste da Molin, gustosa scenetta nella quale il barbiere taglia i capelli al ragazzino con l’aiuto della famigerata scodella posta sulla testa, o Il calzolaio di Stefano Novo (1889) quadro in cui il calzolaio prova la ciabattina nuova al piede di una vezzosa popolana.
Si passa poi ad ammirare alcune opere di Luigi Cima che raccontano una dimensione più intima e meditativa del lavoro con il bellissimo Ritorno dai campi nel quale una giovane mamma assorta nei propri pensieri, torna a casa dopo una giornata di lavoro con il figlioletto sulle spalle, visione intimista accostata da Luisa Turchi, nella scheda dell’opera in catalogo, alle atmosfere di Giovanni Pascoli e di Francois Millet. Così come La fienagione (1916-17) quadro nel quale è evidente la fatica delle giovani che raccolgono il fieno già tagliato; o I fabbri, quadro in cui Cima mostra una scena mutuata dalla storia della sua famiglia con il fratello fabbro al lavoro, alla fucina, aiutato dal giovane figlio.
Il passaggio ad una visione più realista e talvolta cruda del lavoro si avverte con Ettore Tito presente con due splendide opere che rappresentano le due visioni della condizione lavorativa delle donne. Il primo quadro, Le mondine di Polesine (1885), mostra le giovani lavoratrici ritratte nella faticosa raccolta del riso: le gonne arricciate e legate alla cinta, il vento che porta via i cappelli, una giovinetta seduta sull’erba mentre si massaggia il piede nudo. Questo dipinto, come descrive Myriam Zerbi nella scheda, “Non accenna alla fatica di un lavoro che costringeva le lavoranti a stare intere giornate in un ambiente insalubre, infestato da insetti, con l’acqua fino alle ginocchia e la schiena curva”; altro quadro, forse il più bello dell’intera mostra, intenso, davvero inusitato anche per la scelta del colore - un monocromo in bianco e nero -, è Le pelatrici di noci (1897), di drammatica intensità. La scena ritratta da Tito è stata vista a Londra, e raffigura donne che lavorano negli stabilimenti di pelatura delle noci due giorni alla settimana per pochi spiccioli; così descrive il quadro la curatrice Zerbi: “ In una atmosfera umida e caliginosa (…) protagonista della scena non sono le singole donne, ma la massa di misere lavoranti, con le mani e le unghie rese nere dal lavare e sbucciare le noci e le fattezze stravolte dalla fatica”.
Chiude la rassegna un interessante quadro di una artista veneziana, Lina Rosso, che dipinge in pieno Novecento. Qui il mestiere femminile rappresentato è quello della maestra. Dall’unificazione nazionale in poi infatti, con l’emanazione della legge nazionale sull’istruzione, nasce la necessità di formare più insegnanti e molte donne scelgono questa nuova professione che rappresenta un’opportunità di riscatto sociale.
A latere della mostra ospitata nella Villa, conclude idealmente il percorso espositivo, una selezione di circa trenta foto storiche di Tommaso Filippi (Venezia 1852-1948), le quali restituiscono usi, costumi e mestieri di una Venezia in gran parte “sparita”. La mostra, ideata e curata da Giuseppe Rallo, è ospitata nella Casa del Giardiniere ed è organizzata sempre da Munus in collaborazione con il Fondo Filippi che conserva l’archivio fotografico donato all’IRE (Istituto di Ricovero e Educazione di Venezia) da Elvira Filippi, ultima figlia del fotografo Tommaso.
Esauriente e curato infine, il catalogo edito da Allemandi & C, in vendita in mostra a 20 euro.

 

Intervista alla curatrice della mostra Nobiltà del lavoro. Arti e mestieri nella pittura veneta tra Ottocento e Novecento Myriam Zerbi.

La donna, il lavoro, l’arte. Negli anni dell'industrializzazione europea l'Italia, e il Veneto, sembrano soffrire una crisi di dimensioni importanti: ancora una volta è la donna che viene chiamata a dare il suo contributo entrando nel mondo del lavoro e l'arte coglie prepotentemente questa rivoluzione nei temi e nei soggetti: in che modo?


La donna ha sempre lavorato accanto all’uomo – risponde la curatrice della mostra Myriam Zerbi -. Quando però la pittura, tra Ottocento e Novecento, esce dalle aule accademiche, decisa a cogliere lungo le strade la realtà “nella nobile semplicità” sua, registrando scene di vita quotidiana, come richiede in un memorabile discorso del 1850, Pietro Selvatico Estense professore di Estetica e Segretario dell’Accademia veneziana di Belle Arti, le popolane, che dominano con la loro presenza lo spazio urbano come quello delle campagne, entrano da protagoniste nei dipinti. Esempi paradigmatici sono la graziosa e intensa fruttivendola di Laurenti, l’incantevole pescivendola di De Blaas, le bigolanti (acquaiole) di Bosa, le lavandaie di Serena e le contadine di Cima. In ogni ambito vi sono donne al lavoro, nei mercati come nei campi, nelle case dove si riuniscono in gruppo per “impirar”-infilare- perle, nelle manifatture dove in laguna spiccano le figure delle merlettaie (il dipinto di Pieretto Bianco che della mostra è il logo, ne da un esempio illuminante) come nelle prime fabbriche.

Secondo la lettura artistica della pittura a cavallo dei due secoli ci sono stati mestieri che abbiano invece rappresentato per la donna una occasione di emancipazione?
L’insegnamento è l’occupazione intellettuale che offre alle donne di fine Ottocento un’occasione prima impensabile di emancipazione – prosegue Myriam Zerbi-. Modello «indipendente» del femminile al quale è affidato il fondamentale ruolo dell’educazione, la maestra è figura professionale che si afferma con l’Unità d’Italia.

Nella storia della DIFESA DEL POPOLO è rimasto emblematico lo sciopero delle tessitrici del Piovese appoggiato dalle leghe cattoliche. L'arte mostra settori di lavoro femminile particolarmente intraprendenti?
Uno dei mesieri femminili portatore di autonomia e disinvoltura è considerato quello della tabacchina che l’immaginario di inizio Novecento lega alla Carmen del melodramma di Bizet, passionale e selvaggia. Le sigaraie lavorano fuori casa, in fabbrica, e a Venezia si recano in gruppi nella Manifattura Tabacchi in rio delle Burchielle a Santa Marta, assistono ai comizi, scioperano e riempiono le pagine delle cronache da nuove protagoniste della classe borghese. Sono milleduecento le tabacchine all’alba del Novecento: guadagnano, lavorano a cottimo, due sigari ogni minuto. Le giovani, in gruppo, fanno scalpore in città con la loro esuberanza che le porta, con fresca coscienza sociale, a lottare per i loro diritti; nel 1884 ci vuole l’intervento della questura per arginare l’impeto delle «infuriate scioperanti». La morale ottocentesca, a cui fa da megafono la stampa conservatrice (La Gazzetta e Il Gazzettino di Venezia) non vede di buon occhio il lavoro fuori casa delle operaie e, alle emancipate tabacchine, contrappone il rassicurante lavoro a domicilio delle «impiraresse», le infilatrici di perle.

Quale l'opera che ha amato di più tra quelle esposte?

Ogni opera scelta è un amore – conclude la curatrice Myriam Zerbi -. Ne nomino tre: per la sua poetica delizia la “Pescivendola” di De Blaas, bella di una bellezza pura e magnetica, trasognata, che, pur non concedendo il suo sguardo, esercita una straordinaria potenza di attrazione. Per l’impetuosa forza di fuoco, la nobile gestualità e il fervore di presenze operose in un ambiente tutto maschile amo molto la fucina dei fabbri di Cima, e resto sempre incantata davanti al lirico brano di realtà, fatto di solitudine e trasparenti luminosità di acqua e cielo dell’ “Alba” di Fragiacomo, pittore-poeta che, con fattura evanescente e delicate velature, rende, in un’atmosfera diafana caratterizzata dai vapori rosati e cilestrini dell’alba che si specchiano nelle secche, l’incedere lento di un pescatore di telline che interrompe il silenzio con il ritmato sciabordio dei suoi passi nell’acqua.

C.S.

 


 
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