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Padovano dal respiro magiaro - Matteo Massagrande a Villa Manin Stampa E-mail
mercoled 07 ottobre 2009

Una suggestiva mostra di opere dell'artista padovano Matteo Massagrande, allestita nella Esedra di Levante di Villa Manin a Passariano, rende omaggio al paesaggio ungherese e si accosta alle tele degli Impressionisti esposti nel corpo centrale di Villa Manin nella grande mostra L'eta di Courbet e di Monet. La diffusione del realismo e dell'impressionismo nell'Europa centrale e orientale.

di Cristina Sartori, pubblicato su La Difesa del Popolo, 4 ottobre 2009.

Ci sono case che si fanno ammirare, e  case che ti accolgono come in un abbraccio e che respirano, in ogni stanza, in ogni parete piena di quadri, di foto, di stampe, di libri, di oggetti, nel mobilio che ti racconta la sua storia, e capisci che sono un tutt’uno con chi le ama e le abita. Questa è la sensazione entrando nella casa-atelier del pittore Matteo Massagrande e di sua moglie Angela, che ti vengono incontro nel giardino con calore e semplicità e ti accolgono nella loro casa. Lo studio padovano di uno dei più famosi e apprezzati pittori e incisori dell’attuale panorama artistico profuma di resine e oli, accatastati qui e là in una sorta di armonico disordine. Gli ultimi lavori realizzati, opere di grandi dimensioni, hanno appena lasciato l’atelier per essere esposti nella mostra Scene d’Ungheria allestita a villa Manin di Passariano sino al 1° novembre, rassegna che si affianca alla grande mostra organizzata da Marco Goldin “L’età di Courbet e Monet. La diffusione del realismo e dell’impressionismo nell’Europa centrale e orientale”. Quaranta opere, la metà delle quali creata per l’occasione di questa mostra, curata da Marco Goldin, sono esposte nell’esedra di levante di villa Manin. L’intensità della puszta, le acque del Balaton, la babele della vecchia Buda si sposano con i grandi filoni della pittura europea del secondo Ottocento, il paesaggio, le acque e le vedute di città degli impressionisti. Per Massagrande l’Ungheria, paese di origine della moglie, è una seconda patria, e questa mostra gli ha offerto l’occasione di raccontarla attraverso tele, anche di dimensioni importanti, che colgono l’essenza di quei paesaggi nei quali, come ama ripetere la moglie, il verde non è lo stesso verde di qui. 
Un’opportunità impegnativa quella di affiancare le sue opere a quelle degli impressionisti. Come si è posto di fronte a questi capolavori?
«Era una enorme responsabilità – risponde il maestro Massagrande – e quando Marco Goldin, curatore di questa mostra, mi ha offerto la possibilità di esporre accanto a colossi del genere, mi sono sentito onorato e molto coinvolto. Ho accettato subito ovviamente, ma il problema successivo era come riempire quegli spazi, anche se negli anni avevo certamente riservato molto del mio lavoro all’Ungheria. Poi questo compito, come per magia, si è sviluppato in maniera molto armoniosa e mi sono ritrovato con una cinquantina di lavori nati tutti insieme e legati tra loro. E pensare che questi quadri dovevano essere esposti assieme agli impressionisti mi ha fatto ragionare in un certo modo e non nascondo che l’aiuto di mia moglie Angela è stato fondamentale. La differenza tra il paesaggio ungherese e il nostro non è tanto nel colore diverso, ma è diversa la dimensione attraverso la quale viene intuito lo spazio: un ungherese ama dire “io vivo dentro il paesaggio, non ce l’ho solo davanti”. Così mi sono messo a dipingere come se veramente ci fossi dentro».
Matteo Massagrande è in grado di trasfondere emozione pura nelle sue tele, che spaziano dal figurativo alla natura morta, al paesaggio appunto. Famose sono le atmosfere rarefatte che animano le sue celebri “stanze vuote”, cariche di storia, di tempo, di ricordo, quasi luoghi della memoria. 
Da dove vengono queste emozioni?
«Nella mia vita ho avuto la fortuna, o la condanna – spiega Massagrande – di sentire sin da bambino il peso della storia, il peso del tempo, di avere la coscienza perfetta del suo scorrere e questo per una serie di circostanze. Sono nato in una casa di una certa epoca; poi sono andato a vivere nella enorme e bellissima villa di una zia, quasi del tutto disabitata. Mi sono trasferito con la famiglia in un’altra casa antica per poi tornare nella casa di famiglia. Il trascorrere del tempo, dei decenni, era palpabile sui muri, nelle pietre di queste case, così come al tempo era collegato anche il paesaggio circostante. Intuisco il “tempo” come un valore assoluto. E questo ha sicuramente influito anche sul mio carattere. Il mio amore per le stanze vuote della villa nella quale vivevo, ad esempio, ha avuto un effetto oltre che estetico anche profondamente psicologico; era come scoprire un continuo mistero, scavando dentro il tempo e dentro di me. Ogni giorno in queste stanze, a volte completamente vuote a volte arredate ma mai abitate, trovavo un mondo caratterizzato dalle luci che vi penetravano e che le animavano. Questa luce, questo saper stare solo con me stesso in un ambiente che dialoga con me, ha sicuramente formato anche la mia personalità. Queste sono le stanze vuote che dipingo; poi sono subentrate le case della mia vita, le case del quotidiano, quelle reali e quelle idealizzate. E poi la scoperta del mondo ungherese nel quale, a trent’anni, ho ritrovato tutte le cose che conoscevo nei paesaggi della mia infanzia. È stato come stare a mezz’aria, sospeso nel tempo di ieri e di oggi».
«Matteo – interviene la moglie – viene sempre colpito dalla stessa luce che ricerca in ogni luogo, una fabbrica, una casa, un paesaggio, un bosco o un campo, o un angolo del quotidiano. Questa stessa luce, un volta che la ritrova, la porta con sé e la trasferisce nelle sue tele». «È uno stato d’animo che io porto nei miei quadri – precisa Matteo Massagrande – non sono legato all’oggetto “vecchio” per nostalgia; ciò che mi interessa è perpetuare nei miei quadri la luce che ritrovo nei luoghi che non per forza devono avere del tempo alle spalle». 
Parlano all’unisono, Matteo e Angela, si completano a vicenda, nella vita e nell’arte. Dipingerebbe così, maestro, se non ci fosse Angela? 
«Non permetto a nessuno di darmi consigli mentre dipingo – afferma serio l’artista – ma di lei mi fido perché è dotata di una sorta “d’istinto animale” che è il medesimo della mia pittura. Angela ha una forza istintuale grandiosa in sé e io mi fido di questa sua forza. Proprio come per i paesaggi ungheresi, lei è stata la chiave che mi ha spiegato molte situazioni: come si vive in quel magico paese; come è concepito il paesaggio ungherese. 
E quando capisco mi viene facile dipingere. Io vedo ciò che voglio dipingere attraverso i suoi occhi e lei lo vede realizzato attraverso la mia mano. Angela non anticipa ciò che voglio mettere su tela: lo sa quando lo so io. Una straordinaria scintilla che scatta insieme per entrambi, nello stesso momento. La sua influenza mi ha rafforzato». 
Lei proviene da una tradizione artistica e pittorica che è quella dei grandi maestri del vedutismo veneto: cosa c’è in comune tra il paesaggio veneto e quello ungherese? 
«C’è in comune il modo religioso di avvicinarsi al paesaggio. Un ungherese legge il paesaggio in modo spirituale, come avveniva da noi una volta, quando il paesaggio era terra, cibo, era ringraziamento, era una forma assoluta di sacralità divina. Questa sacralità del paesaggio deve essere intuita da chiunque si ponga dinanzi al quadro: questo è il mio obiettivo e spero di averlo raggiunto anche nei dipinti esposti in questa mostra a villa Manin».

La mostra è aperta fino a domenica 1° novembre tutti i giorni dalle 13 alle 19. Ingresso gratuito. 
Villa Manin, 0432-821211.

Cristina Sartori

 
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