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CINEMA. INTERVISTA A GIULIO BASE, REGISTA DEL FILM "L’INCHIESTA" Stampa E-mail
lunedì 25 giugno 2007

Uscito in anteprima sugli schermi americani il remake dell’omonimo film diretto nel 1986 da Damiano Damiani. È la storia di un funzionario dell’Imperatore Tiberio inviato in Palestina alla ricerca del corpo di Gesù.

Siamo nell’anno 35 dell’era volgare. Tiberio guida il più grande e invincibile impero di tutti i tempi. Ma in quell’anno accadono eventi funesti: un terremoto, un’eclissi. Gli astrologi predicono all’imperatore un grande rivolgimento: i vecchi déi sono finiti. Un nuovo regno sta sorgendo ad oriente. Due anni prima era morto un uomo singolare, il figlio di un falegname, ucciso sulla croce tra due ladroni; ma dopo tre giorni il suo corpo era misteriosamente scomparso dalla tomba, e c’era chi diceva di averlo visto vivo e risorto. Allora l’imperatore decide di richiamare dall’esilio Tito Valerio Tauro, il più grande investigatore di Roma, per incaricarlo di scoprire la verità su questo povero rabbino giudeo che di nome faceva Gesù di Nazareth...

di Cristina Sartori, pubblicato sul "Messaggero di sant'Antonio - Edizione italiana per l'estero", numero di maggio 2007.


Da qui inizia la storia che il regista e attore italiano Giulio Base racconta nel suo ultimo film dal titolo L’inchiesta, uscito in anteprima sugli schermi cinematografici americani a Pasqua, che vede un ricco casting di attori tra i quali, protagonista nella parte di Tito Valerio Tauro, Daniele Liotti, già interprete di sant’Antonio in una fiction per la televisione italiana qualche anno fa, e Max Von Sidow nella parte dell’imperatore Tiberio.

Sartori: Parliamo del cast. Tauro è interpretato da Daniele Liotti; Tiberio da una leggenda del cinema che è Max Von Sidow; l’attrice italiana Ornella Muti, famosa in tutto il mondo, nella veste di Maria Maddalena. E lei, Giulio Base, interpreta una parte particolare, quella di Lazzaro: come mai questa scelta?

Perché mi piaceva sentirmi amico di Gesù come in effetti sono, come credo lo siamo tutti noi che lo amiamo e come lui probabilmente ci considera. Nel Nuovo Testamento l’unica volta in cui Gesù piange è quando sa della morte di Lazzaro. Così mi sono ritagliato questo ruolo, perché mi piaceva in un certo qual modo sentirmi «amico di Gesù», e ne sono davvero felice.

Sartori: Parliamo del ruolo delle donne in questo suo film, donne che sono molto importanti nella storia legata a Gesù.

Le donne sono state, e sono, coloro che hanno seguito Gesù sino alla fine, senza timore. Sotto la croce c’erano delle donne che hanno avuto il coraggio di stargli vicino fino alla morte e anche dopo. Così nel film ho deciso di mostrare questo loro impegno e le vediamo, sul monte Calvario, mesi dopo, stagioni dopo: pregano sotto quella croce, ancora tornano sul luogo della sua passione, e ancora, con grande forza, lo pre gano per trasformare quel primissi mo germoglio cristiano nella grande Chiesa che fortunatamente tutti noi oggi abbiamo.

Sartori: Lei ha cominciato come regista di una produzione su Santa Maria Goretti. Poi c’è stato la famosissi ma fiction su «Padre Pio» e quella su «San Pietro» con Omar Shariff come protagonista. Adesso questo film. Davvero un grande recupero del cinema religioso. Secondo lei è possibile raccontare la religione, la sua storia e i suoi valori, attraverso il cinema o la televisione?

Non solo credo sia possibile, ma credo sia doveroso per continua re a diffondere messaggi evangelici che parlano di fede e che rendono questo mondo migliore. Già l’arte, prima ancora che fosse inventato il cinema e prima ancora che fosse inventata la fotografia, è stata sacra per millenni, per milioni di anni. Mi hanno attribuito l’etichetta di regista religioso credendo che in qualche mo do mi disturbasse, ma ne vado fiero. Quale migliore etichetta che essere specializzato nei temi più alti e più belli che ci possano essere? Desidero continuare su questa strada sperando di fare un’opera di diffusione del Vangelo e anche del buon intratteni mento, e credo di essere riuscito a far sposare le due cose.

Sartori: Sulla stampa cattolica ci sono molti pregiudizi. Lei ne ha incon trati nell’ambiente televisivo e cinematografico?

Per certi versi i progetti di ispirazione religiosa sono facili da «far passare» rispetto agli altri. Ma dal punto di vista personale è difficilissimo professarsi cristiano cattolico come faccio io. Non voglio fare l’eroe, non mi ci sento e non lo sono, ma le av versioni sono a 360 gradi. Nel mondo dello spettacolo vengo criticato e mal visto da tutta una sedicente «intellighenzia» che crede che questi valori siano altrove, ma la cosa non mi preoccupa più di tanto. Ma è difficile essere cattolici in questa società.

Sartori: Attore e regista. In quale veste si sente meglio?

Se il Signore mi ha dato un dono, quello, onestamente, me l’ha dato da regista. Ma mi diverto tantissimo a fare l’attore. Recitare in inglese si dice to play e in francese joué entrambi i significati vogliono dire giocare: recitare è un bellissimo gioco. Ma credo che la mia voce sia significativa come regista e quindi mi auguro di poter alternare le due cose come sto facendo adesso.

Sartori: Abbiamo parlato della sua fede. È recente la sua laurea in Teologia che l’ha riempita di orgoglio, ovvia mente le chiediamo quanto occupa la fede nella sua vita?

Non c’è spazio nella mia vita che sia senza fede, non ci sono momenti in cui mi dimentico del fatto che il Signore ci vede, ci segue, ci ama, talvolta ci rimbrotta anche ma, in somma, lui è là e io lo so. È tutta la mia vita, oserei dire.

Sartori: Che rapporto ha con sant’Antonio?

È un santo che amo tantissimo perché è il «Santo buono» a cui tutti si riferiscono nei momenti di difficoltà. La prima volta che andai a Padova nella Basilica del Santo avevo un piccolo sogno e sant’Antonio mi ha aiutato. Lo invoco spesso. È un rapporto di grande affetto e mi fa sempre piacere andare a trovarlo a Padova, quando posso. ■

 
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