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Padre Placido Cortese, la sua vita dono del silenzio. Stampa E-mail
gioved 06 novembre 2014

Padre Placido Cortese, la sua vita dono del silenzio.

Settant’anni fa scompariva nel nulla dopo aver salvato centinaia di persone. Oggi è Martire della Carità

di Cristina Sartori

Pubbicato sul mensile MADRE, novembre 2014

«Era uno dei confessionali dietro l’altare maggiore. Là incontravamo padre Placido per portagli le informazioni necessarie ad organizzare la fuga di ex prigionieri alleati da Padova verso la Svizzera. Ci accostavamo alla grata e gli dicevamo: “Padre, ci sono dodici scope dal portare in Svizzera”. Lui andava alla Cappella dell’Arca dove i pellegrini lasciavano le foto per chiedere una grazia. Attentamente sceglieva quelle più adatte. Ecco, erano pronte per falsificare i documenti che avrebbero salvato la vita ai fuggiaschi».

Così funzionava la rete di solidarietà messa in piedi da padre Placido Cortese (Cherso 1907 – Trieste 1944) frate minore conventuale in Basilica del Santo, in quei terribili anni di guerra. Lo aiutavano studenti, ragazzi e giovani donne, tutti eroi sconosciuti che rischiarono la loro vita per fare ciò che era giusto.

Padre Cortese era giornalista, e sino al 1937 direttore del Messaggero di sant’Antonio, il mensile che allora, come ancora oggi, portava la voce del Santo nel mondo. Grazie alle rotative tipografiche del giornale padre Placido stampava documenti falsi per consentire la fuga degli ex prigionieri alleati, liberati dopo l’8 settembre del 1943, vittime dei rastrellamenti da parte dei pattuglioni nazi-fascisti.

Aveva iniziato la sua attività caritatevole portando conforto spirituale ai deportati dalla Provincia di Lubiana, annessa al Regno d’Italia il 3 maggio del 1941, e rinchiusi nel campo di prigionia di Chiesanuova, alle porte di Padova. Pedalando sulla sua bici portava all’interno del campo documenti, lettere, soldi e abiti indossati l’uno sull’altro sotto il saio consunto. Lo avevano convinto ad aiutarle in questo compito due studentesse di Lubiana che a Padova frequentavano la facoltà di Medicina, Majda Mazovec e Maria Ujčič. «Io non aiuto i comunisti – aveva risposto padre Cortese all’imperiosa richiesta di Majda  - io sono un sacerdote!». «Padre, se mai riuscirò a laurearmi in medicina farò di tutto per salvare la vita ai miei pazienti senza chiedermi di che nazionalità siano» – aveva replicato accalorata Majda che oggi ha più di novant’anni e che medico poi lo è diventata –. «Lei deve preoccuparsi delle loro anime. E se facendo questo mi aiuterà a salvare loro la vita, tanto di guadagnato!»

Arruolato nelle file del Fra.Ma, movimento di resistenza padovano fondato da Concetto Marchesi allora rettore dell’Università Patavina e Ezio Franceschini dell’Università Cattolica di Milano, ne divenne ben presto perno fondamentale. Grazie all’eroico aiuto di “staffette” come le sorelle Martini - Renata, Teresa, Lidia, Carla Liliana -, Maria e Delfina Borgato – zia e nipote –, Milena Zambon, Franca Menegon, Mario Gobbin allora quindicenne, e di tantissimi altri, organizzò i viaggi che portarono in salvo centinaia di persone. Una volta individuati i prigionieri nascosti dai contadini nelle campagne del padovano, si procurava indumenti e soldi per farli passare inosservati. Una volta accompagnati in città e forniti dei documenti contraffatti da padre Cortese con le foto scelte tra gli ex voto della Cappella dell’Arca, salivano sul treno che da Padova portava a Milano sempre affiancati dalle “staffette”, pronte ad intervenire. Da Milano poi sul treno per Oggiono, e da là affidati a contrabbandieri pagati in contanti che li aiutavano a passare il confine con la Svizzera.

La mattina di quella domenica, l’8 ottobre 1944, la Gestapo riesce con il tradimento di una persona a lui conosciuta, ad attirare padre Cortese fuori dal convento del Santo che godeva di extra territorialità vaticana. Con passo preoccupato si avvicina ad una macchina parcheggiata appena fuori dal sagrato e si volta per un ultimo saluto al confratello della portineria. Sale in macchina e sparisce nel nulla.

Nonostante le richieste di indagini portate avanti dal rettore della Basilica padre Lino Brentari e dai confratelli, di padre Placido non si saprà più  nulla sino al 1995 quando per una casualità Adele Lapanje, all’epoca dei fatti fidanzata con uno dei collaboratori del frate, rivelerà la sua sorte: nei giorni immediatamente successivi alla cattura egli fu portato a Trieste nel bunker di Piazza Oberdan e sottoposto a continue e atroci torture per fargli confessare i nomi dei suoi collaboratori così da smantellare l’intera rete. Non parlò, non rivelò alcun nome, non tradì nessuno. Ivo Gregorc, ultimo ad averlo visto vivo e ad aver raccolto quelle che forse furono le sue ultime parole, riferì sulle sue pietose condizioni. Dopo averlo chiamato per avere risposta lo sentì dire: «Ivo, taci e prega». Nel silenzio della storia la sua fine, nel suo silenzio la salvezza per gli altri.

Di padre Placido è stata avviata la causa di beatificazione nel 2002 ed è ora Martire della Carità.

Cristina Sartori

 
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