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GIACOMO FAVRETTO Riscoperta d’un maestro dell’Ottocento veneto e di un’arte fatta di particolari Stampa E-mail
martedì 14 settembre 2010

Il museo Correr di Venezia ospita la prima monografica dedicata al pittore veneziano Giacomo Favretto: ottanta opere che rappresentano pressoché  l’intera produzione dell’artista e alcuni capolavori dei suoi epigoni, per la prima volta riunite ed esposte dopo l’ultima famosa retrospettiva del 1899.

di Cristina Sartori, pubblicato su LA DIFESA del POPOLO, 12 settembre 2010

 
Talvolta il talento si manifesta nei modi più curiosi e, soprattutto, al di la di ogni difficoltà.
È il caso del pittore Giacomo Favretto nato a Venezia l’11 agosto del 1849, uno tra i più significativi e famosi esponenti artistici dell’Ottocento veneto, il cui talento appunto si manifestò e crebbe a dispetto di una condizione sociale non agiata e di una salute precaria sin dalla fanciullezza che lo portò a una morte precoce.
Di costituzione gracile, tale da non poter seguire le orme del padre, che faceva il falegname, a quindici anni Giacomo ne dimostrava appena otto o dieci. Accompagnava comunque il padre nella sua attività quotidiana e si rendeva utile come poteva. Sin da piccolo, seppure digiuno di qualsiasi istruzione, manifestò una strabiliante attitudine al disegno. Le notizie sulla sua vita riportano due aneddoti su come venne scoperto il suo talento: talune biografie raccontano che egli si dedicava ancora fanciullo a intagliare pizzi di carta con la forbice per una famosa confetteria di Venezia e che eseguiva anche deliziosi disegni e caricature della clientela tali che una sua zia, resasi contro del talento del giovinetto, li portò in visione al pittore Girolamo Astolfani il quale ne riconobbe il genio; quindi la  zia stessa si prodigò affinché Giacomo fosse presentato ad Ambrogio Pellanda che lo prese sotto la sua ala protettrice e lo fece entrare all’Accademia delle belle arti. Altre fonti documentarie invece riportano che Giacomino a soli dieci anni attirò l’attenzione del Pellanda, presso cui il padre Domenico lavorava, perché disegnava con il carboncino molte figure su un muro di casa appena ultimato.
Comunque siano andate le cose, sta di fatto che il talento di Giacomo Favretto si manifestò in età precocissima e a dispetto di un ambiente socialmente modesto. Grazie al Pellanda, egli entrò all’Accademia e da subito ebbe modo di distinguersi tanto che già nel 1866 divenne professore supplente di Pompeo Marino Molmenti e tra i suoi allievi ebbe, negli anni a venire, artisti come Ettore Tito e il piovese Oreste Dal Molin.
Una vita vissuta bruciando le tappe, dipingendo moltissimo e sperimentando altrettanti stili nella sua produzione artistica che tenne conto dei maestri veneti del passato come Tiepolo e Longhi, così come delle suggestioni del movimento dei Macchiaioli così attento allo studio degli interni e della luce, delle influenze provenienti da oltralpe, sia di quelle contemporanee degli Impressionisti e della ritrattistica inglese di Sargent, sia di quelle provenienti dal passato come l’eredità della pittura fiamminga.
Il quadro che denota il rinnovamento della pittura di Favretto, esposto proprio nella prima sala della mostra allestita al museo Correr, è appunto Il francescano Duns Scoto nella cella, eseguito nel 1872, opera caratterizzata da una minuziosa attenzione al particolare, dalla pulizia di linee e dal nitore della campitura coloristica. L’anno successivo Favretto dipinse i due capolavori presentati alla esposizione nazionale di Brera, anch’essi esposti in mostra, che resero nota la sua produzione al pubblico e ai critici: Una lezione anatomica nella Regia Accademia di belle arti di Venezia e La moglie di un pittore ingelosita. Sono questi gli anni nei quali egli insegna all’Accademia veneziana e tra i suoi allievi annovera pittori agli esordi di brillanti carriere tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
Di questi stessi anni è anche il quadro scelto come immagine guida della mostra del Correr, L’ingresso di una casa patrizia, di grande suggestione per un coinvolgente uso della luce che avvolge lo spettatore facendone quasi sentire il calore; del 1878 è forse l’opera più famosa di Favretto, Il sorcio, che unisce la sua particolare vena ironica al recupero della scena di genere con un interno di campagna nel quale un contadinello, accucciato sotto una credenza, dà la caccia con la scopa a un topolino tra lo spavento di tre fanciulle arrampicate sulle sedie.
La mostra del Correr guida il visitatore attraverso un coinvolgente percorso espositivo nel crescendo della sperimentazione artistica di Favretto, accostandovi anche opere di quanti furono suoi allievi come appunto Luigi Nono, del quale sono esposte opere come l’Idillio e il Mattino, Ettore Tito con La chiromante, e le vedute marine di Guglielmo Ciardi.
Chiude il percorso la produzione dell’ultima stagione di Favretto che si dedica alla pittura del vero con malinconiche scene di mercato e di mestieri quotidiani, e al recupero delle vedute settecentesche con damine e cavalieri abbigliati in costume e ritratti su decadenti scenari veneziani, scaloni e balconcini. Qui la pennellata è più sgranata e la luce si disgrega dietro le figure intente in consueti mestieri e in amorosi colloqui, disperdendosi negli sfondi sempre più indistinti.
Merita segnalare nell’ultima sala della mostra, il quadro di Luigi Pastega, suo allievo, dal titolo Il gattino dispettoso, nel quale si ravvisa la medesima composizione del tanto apprezzato Il sorcio di Favretto, una sorta di omaggio al celebre maestro, tanto compianto dopo la precoce scomparsa avvenuta a seguito di una breve malattia il 12 giugno del 1887.
Per informazioni e prenotazioni: call center 848-082000; www.museiciviciveneziani.it
 
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