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DA CANOVA A MODIGLIANI. IL VOLTO DELL’OTTOCENTO Stampa E-mail
lunedì 18 ottobre 2010
DA CANOVA A MODIGLIANI. IL VOLTO DELL’OTTOCENTO
Padova, Palazzo Zabarella
2 ottobre 2010 - 27 febbraio 2011
 
Appena inaugurata a Palazzo Zabarella una splendida mostra dedicata alla pittura dell’Ottocento italiano che va ad accompagnarsi ad altre rassegne già aperte o di prossima inaugurazione che restituiscono il gusto per l’arte del XIX secolo in Italia e all’estero, a testimonianza di un rinnovato interesse da parte di pubblico e critica per i movimenti artistici generati in un secolo, anche storicamente, così importante.

 

di Cristina Sartori, pubblicato su LA DIFESA DEL POPOLO di domenica 17 ottobre 2010

  

 
Prima di tutto è una spettacolare galleria di ritratti di persone che non esistono più e che in qualche modo sono divenute immortali, ma è anche una mostra che restituisce molteplici aspetti dell’Italia del XIX secolo e che si può leggere attraverso più punti di vista: artistico, sociale, storico.
Artisticamente, la mostra è una ricca e puntuale testimonianza di come cambia il gusto dell’arte italiana tra la fine del Settecento ai primi del XX secolo. Dal canone di bellezza neoclassica del Canova, che apre il percorso espositivo con i celebri busti ritratto capaci di restituire nel freddo marmo la delicatezza dei lineamenti e il caldo palpitare della vita, si passa ai ritratti di famiglia con dame artistocratiche e semplici spose, gentiluomini d’arme e affermati borghesi. Vi sono poi i ritratti celebrativi e di rappresentanza; quelli colti nei delicati momenti di intimità e le effigi restituite sia nell’esaltazione della bellezza quanto nell’audace realismo. Si colgono le diverse teniche pittoriche sedotte dalla ricerca del vero e dal calore delle pennellate più istintive della seconda metà dell’Ottocento, rappresentate dalle opere di Federico Zandomeneghi, di Silvestro Lega, di Giovanni Boldini - del quale è esposto un solo bellissimo quadro, il Ritratto di Mademoiselle Lanthèlme (1907) -, di Vittorio Maria Corcos la cui tela Sogni (1896) è l’immagine simbolo della mostra, per concludere con la sperimentazione Divisionismo nei ritratti eseguiti da Giacomo Balla, da Umberto Boccioni, da Gino Severini e da Modigliani, che rivelano al visitatore le anticipazioni del movimento Futurista.
 
Dal punto di vista sociale la mostra restituisce un interessante spaccato dell’evoluzione della società italiana durante l’intero arco dell’Ottocento. Dalla fine del rigido schematismo sociale proposto dai ritratti settecenteschi, si passa alla celebrazione dello status sociale di nobili e aristocratici del primo Ottocento, proseguendo via via attraverso l’elevazione alla dignità di soggetto da ritrarre delle diverse classi sociali come l’emergente borghesia o il semplice popolo, non tralasciando tuttavia di fissare sulla tela anche quei momenti di vita quotidiana più imbarazzanti, ma non meno veri, come l’autoritratto di Giuseppe Tominz con i pantaloni calati seduto su una inesistente comoda, o, agli antipodi, l’autocelebrazione in vesti mitologiche di giovani nobili come il Ritratto del principe Vincenzo Ruffo in veste di Adone accompagnato da Amore eseguito da Giuseppe Patania, i ritratti di una audace ballerina, Carlotta Chabert, dipinta come Diana Cacciatrice da Palagio Palagi e come Venere che scherza con due colombe da Francesco Hayez.
Cambiano anche gli usi e i costumi del quotidiano e con l’Ottocento si afferma una maggior disinvoltura nei rapporti tra differenti classi sociali. Ne sono testimonianza i due ritratti del conte Giuseppe Manara eseguiti da Giovanni Andrea Carnovali detto il Piccio nel 1842, che mostrano il conte con un servitore di colore alle spalle: ma nel primo quadro il conte è abbigliato secondo la moda borghese e il servitore dietro di lui è serio e composto nel suo ruolo, mentre nel secondo dipinto, un inedito eccezionalmente proposto dalla mostra, lo stesso gentiluomo indossa l’uniforme ufficiale in contrasto con il sorriso scanzonato ed irriverente della giovane servetta di colore ritratta alle sue spalle.
Questa è la prima mostra su questo tema, in grado di ripercorrere la grande stagione del ritratto italiano dell’Ottocento – spiega Fernando Mazzocca che, assieme a Carlo Sisi, Francesco Leone e Maria Vittoria Marini Clarelli, ha curato la mostra – un secolo che ha cambiato il mondo e il nostro paese sin dalle radici. Questi sono ritratti di artisti, di letterati, di personaggi potenti, ma anche di persone umili e ci raccontano tante storie, ma soprattutto testimoniano la vicenda di un paese e di un’umanità che cambiano profondamente e che fanno diventare quella società qualcosa di nuovo e moderno.
Dal punto di vista storico infatti questa rassegna offre davvero uno scenario completo della storia d’Italia a cavallo dell’Unificazione e di come le varie regioni italiane presero parte a quell’importante evento, attraverso i quadri che ritraggono le grandi famiglie italiane: il Piemonte austero e conservatore nel Ritratto della famiglia Ferrero dei marchesi della Marmora di Pietro Ayres (1828); la spregiudicatezza dell’artistocrazia lombarda, colta e cosmopolita nel Ritratto di gruppo della famiglia barbiano di Belgioioso d’Este eseguito da Giuseppe Molteni nel 1831; la dimensione più intima e più conservatrice della sociatà toscana con il Ritratto della famiglia Malatesta, opera di Adeodato Malatesta che secondo un nuovo schema compositivo ritrae tutta la sua famiglia tra la fine degli anni Venti e l’inzio degli anni Trenta.
L’Unità d’Italia risulta essere una tappa fondamentale per il ritratto nell’arte italiana – spiega Fernando Mazzocca – perché con l’Unità i pittori si confrontano, confrontano le loro esperienze, si aprono all’Europa; dopo l’Unità nascerà il Divisionismo che genererà il Futurismo e i pittori come Giovanni Boldini e Amedeo Modigliani si recheranno a Parigi riscuotendo successo tale da riportare la pittura italiana all’antico primato.
Il percorso espositivo guida il visitatore sino al primo Novecento con le opere esposte nelle ultime sale del piano nobile di Palazzo Zabarella, in una carrellata di quadri di grande pregio che meravigliano gli occhi e l’animo. Il Ritratto del dottore di Federico Zandomeneghi del 1881; La dama in rosa di Ettore Tito (1887); il Ritratto di Paola Bandini di Silvestro Lega (1893); il Ritratto di Yorick di Vittorio Corcos (1889) e sempre di Corcos, Sogni (1896) e il Ritratto della famiglia Moschini, splendido e modernissimo (1910). E ancora, il citato Ritratto di Mademoiselle Lanthélme di Giovanni Boldini (1907) per concludere con L’Autoritratto (Autoritratto divisionista) di Giacomo Balla (1902), l’Autoritratto di Umberto Boccioni (1908) e le tre opere di Amedeo Modigliani che chiudono la mostra, il Ritratto di Hanka Zborowska (1917), La bella spagnola o Madame Modot (1918) e la Ragazza con bavero alla marinara (1916).
Dal Novecento in poi, che strada prenderà il ritratto?
È un genere che segue le trasformazioni della società e della sensisibilità - conclude il curatore Fernando Mazzocca ­- Dalla fine dell’Ottocento il genere interpreterà una nuova sensibilità e nuovi tipi di ideale femminile più nuovo, emancipato e aggressivo rispetto al passato e grazie ad artisti come Boldini e Modigliani diventerà un passaggio fondamentale per arrivare alla modernità delle avanguardie storiche cambiando completamente il modo di dipingere e di rappresentare l’uomo.
Cristina Sartori
 
Da Canova a Modigliani. Il volto dell’800, Padova, Palazzo Zabarella
Per informazioni e prenotazioni, 049.8753100
 
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