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Ottavia Piccolo attrice per caso Stampa E-mail
venerd 21 marzo 2008

Calca per la prima volta le tavole del palcosce­nico a 11 anni, nello spettacolo Anna dei miracoli, con la regia di Luigi Squarzi­na. Vestiva una camicina da notte, i capelli lunghi sciolti sulle spalle, e teneva la mano di Anna Proclemer. Un esor­dio che ha rivelato l’eccezio­nale talento di una bambina arrivata per caso al teatro che è poi diventato una parte im­portante della sua vita.

Intervista di Cristina Sartori, pubblicata sul numero di novembre 2007 del «Messaggero di sant'Antonio»


Ottavia Piccolo attrice per caso

Così Ottavia Piccolo, grande attrice del cinema e del teatro italiano, ricorda quell’inaspettato debutto: «Fu un tuffo in un mondo che non conoscevo affatto. Non c’erano artisti nella mia famiglia; però mamma amava il teatro e quando seppe che cercavano una bambina per quella parte e mi chiese se volevo andare ai provini. Fui scelta e per me fu un gioco bellissimo, ma di certo non pensavo che sarebbe diventata anche la mia professione».
In quella interpretazione Ottavia colpì pubblico e critica. La parte non era delle più semplici. Doveva interpretare una bambina sordo-cieca che dopo anni di isolamento nella sua famiglia riusciva a instaurare un rapporto con la sua insegnante, magistralmente interpretata da Anna Proclemer.
«Fui fortunata a esordire con tali compagni di lavoro – ricorda Ottavia Piccolo –. Anna Proclemer fu davvero per me un’insegnante di teatro, un modello di comportamento in scena e soprattutto una maestra di vita».


Msa. Ottavia, per lei, quindi, il teatro non è stata una vera vocazione…
Ottavia Piccolo
. Assolutamente no. Quando interpretai quella parte avevo fatto la quinta elementare e non pensavo a nulla di simile. Dicevo che da grande avrei fatto molte cose: la ballerina, l’archeologa, perfino la monaca! Poi mi sono ritrovata a fare teatro.
Dopo Anna dei miracoli per la regia di Luigi Squarzina è la volta del celebre film Il Gattopardo, il cui regista è il grande Luchino Visconti, e nel quale interpreta la parte di Caterina, una delle figlie del principe di Salina, Burt Lancaster.
Quella è stata veramente un’occasione. Sono stata scelta perché cercavano una ragazzina bionda e io ero giusta per quella parte. Tra l’altro non avevo nemmeno una battuta, e non è che nel film mi si vedesse granché. Ma in quella occasione ho scoperto un altro mondo, quello del cinema, e ho avuto la fortuna di veder lavorare attori di importanza mondiale. Anche quella è stata una magia.

Lei ha lavorato con registi come Mauro Bolognini, Ettore Scola, Giorgio Strehler, Luca Ronconi, un momento di grande fertilità per il cinema e per il teatro italiano.
Ho attraversato un periodo molto bello del cinema e del teatro, con le grandi compagnie di tradizione e con i registi più prestigiosi, e ho assistito alla nascita del teatro nuovo di Ronconi e di Strehler. Ho avuto l’opportunità di incontrare grandissime persone che mi hanno aiutato a crescere.

Negli ultimi anni lei si è dedicata pressoché interamente al teatro anche se nel 2004 ha girato un film di intrattenimento con Aldo Giovanni e Giacomo Tu la conosci Claudia? È una percezione errata o in Italia c’è una sorta di «rivalità» tra attori di cinema e di teatro?
Questa è una «mancanza» del cinema italiano. Si pensa che gli attori di teatro siano un mondo a parte e che non possano dare al cinema le valenze di altri personaggi. Ma, a ben guardare, tanti attori famosi del cinema italiano sono venuti dal teatro perché le basi del mestiere sono le stesse. Negli altri Paesi, specialmente in quelli di lingua anglosassone, questa differenza non c’è. Ma stiamo migliorando, basti citare attori come Michele Placido, Anna Bonaiuto, Toni Servillo, artisti bravissimi che fanno teatro e anche, egregiamente, cinema.

Tra le moltissime cose realizzate, c’è stato anche un «famoso» doppiaggio…
Non ho lavorato moltissimo nel doppiaggio, ma quello che ho fatto è ricordato da molti. I ragazzi sanno che ho dato la voce alla principessa Leila della trilogia di Guerre Stellari e ancora oggi mi ricordano per quello!

Lei ha un figlio ormai grande, il quale sarà stato contento che la mamma abbia doppiato la principessa Leila.
All’epoca ne fu felice perché ebbe modo di vedere i film in una proiezione riservata, prima quindi dei suoi amici, ma credo che poi, negli anni, se ne sia completamente dimenticato.

A proposito di figlio e famiglia, com’è riuscita a conciliare lavoro e maternità?
Grazie a un marito che mi ha molto sostenuta e che spesso è stato a casa con il bambino mentre io ero in tournée.

Tuttavia, quando non è impegnata con il suo lavoro, che cosa le piace fare?
Amo moltissimo passeggiare con i miei adorati cani. E mi piace moltissimo leggere e andare al cinema.

Quali film preferisce?
Non mi piacciono i film che fanno paura. Vado al cinema spesso, da normale spettatrice, mescolandomi alle persone, per vedere che cosa pensano dei film proiettati, come li commentano. Secondo me è proprio questo lo spirito del cinema: stare in mezzo alla gente, condividere le emozioni che vengono dal grande schermo.

Parliamo dei suoi impegni teatrali. In questo periodo sta portando in tournée una piéce singolare, Processo a Dio, di Stefano Massini, un testo forte e molto intenso, in tutti i sensi.
È un testo che parla della Shoah. È ambientato in un campo di sterminio pochi giorni dopo la liberazione. Qui la protagonista, che prima della guerra faceva l’attrice, istruisce un processo a Dio, chiedendogli come avesse potuto permettere quello sterminio. È un tema forte, che riguarda tutti perché attraverso la Shoah si vuole indagare sulle altre tragedie che accadono continuamente. Abbiamo fatto quasi cento repliche dello spettacolo e altrettante ne sono previste per la prossima stagione in tutta Italia. La cosa particolare è che questo testo è stato scritto da un ragazzo giovanissimo, Stefano Massini, un autore che ha già la capacità di affrontare argomenti così delicati con un approccio teatrale molto accattivante.

Lei si è occupata molto di solidarietà. Che valori si possono trasmettere anche cavalcando l’onda della popolarità?
Abbiamo il dovere di occuparci degli altri, dal momento che grazie alla nostra popolarità possiamo trasmettere più facilmente questi messaggi. E poi la solidarietà fa bene a tutti. Se la nostra credibilità può servire ad aprire dei piccoli squarci su drammi come quello del Darfur, sulla situazione delle donne afgane o sui giornalisti condannati a morte, abbiamo il dovere di fare qualcosa.

 
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