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ARCHITETTURA Gruppo giardino storico. Il paesaggio tra natura e storia Stampa E-mail
marted 22 gennaio 2013

ARCHITETTURA Gruppo giardino storico. Il paesaggio tra natura e storia

Per disegnare il futuro del territorio veneto e italiano esperti di varie discipline si danno appuntamento a Padova attorno a una scommessa: trovare soluzioni fattibili che permettano di far dialogare architettura e natura, passato e presente, risanando le ferite inferte dall’urbanizzazione selvaggia.

Di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo, il 20 gennaio 2013




Riflessione e fattibilità: sono le due parole chiave con cui guarda al futuro del paesaggio veneto e italiano il 23° corso organizzato dal gruppo Giardino storico dell’università di Padova che prende il via il 24 gennaio e prosegue con dieci lezioni teoriche, tre tavole rotonde di approfondimento e cinque visite guidate. Dopo l’introduzione generale a cura di Franco Panzini dello Iuav di Venezia (24 gennaio), l’agronomo Fabrizio Fronza farà il punto sulla vegetazione e sull’ingegneria naturalistica (31 gennaio).
Quindi interverranno due architetti, Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini, molto attenti a come l’architettura debba dialogare con il territorio circostante (7 febbraio). Sui danni di una edificazione indiscriminata interverrà Annalisa Maniglia Calcagno dell’università di Genova (“Il progetto di paesaggio per i luoghi rifiutati”, 14 marzo) approfondendo l’idea che sia possibile intervenire per ricucire, rimodellare e risanare le ferite inferte al paesaggio dall’urbanizzazione selvaggia.
Dal discorso più ampio e generale si scende alle tematiche peculiari più vicine a noi con alcuni momenti “veneti” e “padovani” in particolare: sabato 21 febbraio è in programma una tavola rotonda su “Saturazione del territorio e limiti della crescita: la crisi come opportunità per il Veneto”, alla quale parteciperanno Bruno Anastasia di Veneto lavoro & ricerca, Benedetta Castiglioni dell’università di Padova e Federico Dalla Puppa dello Iuav di Venezia. Un momento di riflessione sugli scempi operati sul territorio veneto, sui nuovi grandi progetti edificatori in programma (Veneto City) e sul loro destino, con un particolare accento sulla possibilità che la crisi di questi ultimi anni possa in qualche modo rappresentare un momento di sosta per riflettere su queste idee di saturazione edilizia e di utilizzo indiscriminato del territorio, che una volta “consumato” è perso per sempre.
Per quanto riguarda Padova si segnala la tavola rotonda in programma il 21 marzo sul “Progetto del Parco agro-paesaggistico metropolitano di Padova e la riqualificazione dei paesaggi periurbani”, cui prenderanno parte Sergio Lironi, presidente onorario di Legambiente Padova, Giustino Mezzalira di Veneto Agricoltura, Tiziano Tempesta dell’università di Padova; e un seminario di studi sulle mura di Padova in collaborazione con Comitato mura, assessorato all’edilizia monumentale e assessorato al verde pubblico del comune di Padova dal titolo “Il Parco delle mura di Padova: quale futuro?”. Il Parco delle mura dovrebbe diventare godibile dalla città e dai cittadini; la tavola rotonda sarà occasione per riflettere quindi sulle due scuole di pensiero che si fronteggiano riguardo al restauro dei bastioni veneziani: quella volta al mero restauro filologico e quella secondo cui il restauro dovrebbe tener conto anche della fruizione pubblica.
A proposito di Padova gli organizzatori del corso segnalano una zona della città nella quale il recupero paesaggistico ha portato anche un recupero sociale: si tratta del parco Europa realizzato dietro la Cittadella
della Stanga, zona che fino a pochi anni fa rappresentava un’emergenza di degrado. La realizzazione di questo parco, che oggi è nel suo pieno sviluppo paesaggistico, è stata il punto di forza per attivare un radicale cambiamento di quell’area, a dimostrazione di come, talvolta, la sistemazione paesaggistica possa servire a migliorare le zone disagiate. Questo esempio può valere per tutta la città: laddove si interviene per ripulire, per rendere più bello e fruibile il territorio con un segno paesaggistico, la città migliora.
Per informazioni sul corso: www.giardinostoricounivpadova.it

Intervista ad Antonella Pietrogrande coordinatrice del Corso sul Giardino Storico - Università di Padova

VANNO PROTETTI ANCHE I PANORAMI QUOTIDIANI

_«La storia del nostro corso è la storia del paesaggio della natura veneta e italiana»: così Antonella Pietrogrande, coordinatrice e responsabile dell’iniziativa, traccia a un tempo un bilancio e una prima riflessione introduttiva su questa edizione, sul tema “Inventare la natura di domani. Il paesaggio tra preoccupazione ecologica e ricerca di senso”.

«I nostri primissimi corsi – spiega – avevano lo scopo di far conoscere il patrimonio del giardino storico veneto per difenderlo e valorizzarlo. Con il passare del tempo abbiamo compreso che non potevamo più rimanere all’interno della “cellula” del giardino storico senza tener conto di quanto vi accadeva intorno. Gradatamente, quindi, abbiamo ampliato il nostro sguardo al discorso più ampio di salvaguardia e tutela di paesaggio e di territorio. Il nostro percorso è stato parallelo all’evoluzione delle problematiche cui abbiamo assistito in questo ventennio. Ancora oggi questo tipo di corsi, fortunatamente fatti propri dall’università che da allora ci ospita gratuitamente nelle sue strutture, si pongono quale collegamento tra il mondo della ricerca scientifica e quello della società civile. Un modo per fare buona divulgazione scientifica su argomenti formativi. Un punto di forza per questo corso che, appunto, da oltre un ventennio riflette sulle tematiche legate al giardino storico, un patrimonio di cui il Veneto è ricchissimo, esplorando tutte le implicazioni che questo patrimonio comporta: paesaggio, territorio e monumenti che testimoniano l’opera dell’uomo, nel rispetto e nella valorizzazione anche estetica e artistica del verde».

_ Il tema di quest’anno come si colloca in questa prospettiva?
«Il delicato tema di quest’anno è volto a guardare all’ecologia da un lato, uno degli imperativi più pressanti degli ultimi due decenni, e dall’altro al rispetto e alla tutela dei luoghi che hanno avuto la fortuna di utilizzare la storia, la cultura e la tradizione come trait d’union tra natura e paesaggio. Siamo partiti dalle problematiche ambientali contemporanee e dalla necessità di un restauro ecologico, dato che il nostro territorio, ma anche il nostro pianeta, versano in condizione disastrose. Abbiamo appurato quanto vengano messi in primo piano i discorsi sulla biodiversità, sul rispetto del ciclo ecologico, sull’uso della ingegneria naturalistica. Partendo da queste osservazioni abbiamo compreso come si debba fare un passo ulteriore: salvaguardare il paesaggio inteso anche come nostro luogo di vita in grado di dare benessere a chi vi abita. Come gruppo di lavoro ci siamo domandati se sia sufficiente limitarsi quindi a soddisfare questo imperativo naturalistico-ecologico o se invece non si debba fare uno sforzo ulteriore per recuperare anche tutti quei segni che vengono dai secoli passati, inseriti nel paesaggio, per tramandarli alle generazioni future come testimonianza del passaggio dell’uomo. Grazie alle diverse professionalità coinvolte, si cerca di trovare una conciliazione nel progettare i paesaggi di domani secondo una filosofia nella quale queste due componenti debbono coesistere».

_ Dunque è possibile arrivare a questa conciliazione?
«È necessario stendere un piano programmatico che metta in relazione ecologia, natura e società eseguendo una doppia ricerca: di naturalità e di identità popolare. Si deve partire dalle nozioni di natura e paesaggio strettamente legate tra loro. Nel tempo infatti la natura si è espressa in forme paesaggistiche sempre diverse nel giardino: dalla regolarità formale del giardino all’italiana, ancor più enfatizzata nel giardino alla francese, sino alla moda del giardino romantico nel quale la natura venne lasciata libera di esprimersi. Per secoli ci siamo abituati a considerare quale massima espressione della natura quella raffigurata nei quadri di paesaggio del Settecento. Da qui l’idea di protezione della natura secondo appunto i dettami di quei paesaggi. In realtà anche in riferimento all’ultima convenzione europea del paesaggio del 2000 questa idea è mutata: si devono proteggere e salvaguardare allo stesso modo sia i paesaggi naturalistici “eccezionali” quanto quelli “quotidiani”, compresi quindi quelli nei quali vi siano tutti i segni del passaggio dell’uomo».

 
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