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BOLDINI E SIGNORINI, Italiani d'Europa, stregati da Parigi Stampa E-mail
venerd 04 dicembre 2009
Sono tra le mostre più visitate della stagione espositiva 2009-10, entrambe dedicate a personaggi che furono compatrioti, amici e colleghi, condividendo un momento di particolare fermento per l’arte del maturo Ottocento, Giovanni Boldini e Telemaco Signorini.
Queste due splendide rassegne espositive, “Boldini nella Parigi degli impressionisti” (palazzo dei Diamanti a Ferrara sino al 10 gennaio) e “Telemaco Signorini e la pittura in Europa” (palazzo Zabarella a Padova sino al 31 gennaio), indagano in particolare la fortuna che questi artisti italiani, nati dal movimento macchiaiolo, ottennero nelle grandi capitali europee, Parigi e Londra, nella seconda metà dell’Ottocento.

Due mostre quindi, che offrono una stessa chiave di lettura e che vale la pena di ammirare insieme cogliendo quel particolare clima che essi respirarono nelle capitali del centro Europa. Entrambi erano italiani, ma hanno saputo guardare al di là delle Alpi e respirare le atmosfere artistiche delle grandi capitali europee negli anni più fecondi di progresso e modernità.

Pubblicato su LA DIFESA DEL POPOLO, 6 dicembre 2009, pag. 40

boldini_signorini_Difesa_popolo

 

Italiani d’Europa, stregati da Parigi.  
Giovanni Boldini si innamorò di Parigi appena venticinquenne quando vi giunse per un primo viaggio nel 1867. Dal 1871 vi si stabilì andando ad abitare con Berthe, la sua modella più famosa nonché amante; nel suo intento questo doveva essere un soggiorno lungo, ma non definitivo, invece rimase nella capitale francese per sessant’anni e qui morì. Gli anni parigini decretarono la sua fortuna perché affinò in quella temperie culturale il suo orientamento artistico specializzandosi nelle atmosfere tipiche della classe borghese d’inizio Novecento. Dopo i primi anni trascorsi a dipingere «quadri di tutti i generi che sparivano facilmente perché avevano molto successo», si immerse completamente nello spirito parigino affinando il suo talento nella ritrattistica e raggiungendo la fama e il successo. Per scelta, inizialmente non espose ai Salon, ma seppe abilmente individuare con grande lungimiranza la via del successo e del ritorno economico affidando le sue opere direttamente al mercato internazionale grazie al famoso gallerista Adolphe Goupil, che le fece entrare nelle più prestigiose collezioni d’arte europee e americane.
“Le petit italien” lo chiamavano a Parigi perché era piccolo di statura, decisamente brutto e piuttosto sgarbato nei modi. «Un uomo intrattabile» scrive Giuseppe De Nittis proprio a Signorini, dopo aver visto e ammirato un quadro del ferrarese, «uno gnomo che vi inviluppa, vi sbalordisce, vi incanta» lo definisce l’amico Diego Martelli. Ciò nonostante Boldini esercitò un indubbio fascino sull’alta società parigina, diventandone perfetto e raffinato interprete e avviando la sua personale maturazione verso l’indirizzo cosiddetto à la mode, un nuovo stile che fu in grado di portare sulla scena pittorica la vita della belle epoque parigina. La città in quegli ultimi decenni dell’Ottocento
si stava preparando a entrare nel nuovo secolo. La vita culturale era in fermento; l’Expò del 1889 l’aveva consacrata simbolo della modernità e proprio Boldini sarà chiamato a presiedere la commissione della sezione italiana di quella esposizione universale. Nel panorama artistico c’era fermento: dal primo Salon del maggio del 1867 nel quale erano stati rifiutati i quadri di Bazille, Cezanne, Pissarro, Monet, Renoir, Manet e Sisley, rapidamente si giunse alla prima mostra della Société anonyme (poi saranno chiamati impressionisti) allestita nello studio del fotografo Nadar, nella quale vennero esposti alcuni quadri di un altro “italiano d’Europa”, Giuseppe De Nittis.
La prima mostra degli impressionisti del 1874 – come spiega Sarah Lees curatrice della mostra di palazzo dei Diamanti – era frutto di una reazione al sistema di formazione ed espositivo in gran parte gestito dallo stato, insoddisfazione che  fenomeno, quello dei mercanti d’arte che si
specializzavano nella vendita di quadri al ricco collezionismo in base ai suoi gusti.
Come Boldini anche Telemaco Signorini proveniva da un ambiente agiato che gli consentì di dipingere per passione e non per vivere, tutt’altro rispetto alle figure di pittori bohémien descritte da Émile Zola nell’Oeuvre. Come Boldini, Signorini è tra i fondatori dei macchiaioli nella Firenze del caffè Michelangelo; è giornalista, critico militante del mondo dell’arte contemporanea e della società, di cui vede, e ritrae, le contraddizioni. Raffinato dandy e frequentatore dei salotti alla
moda, Signorini resta forse più affascinato dall’aristocratico mondo londinese che dalla spumeggiante società francese, ma non si sottrae al fascino del clima artistico parigino.
Nel 1873, due anni dopo Boldini, Signorini giunge nella capitale francese. Soggiorna proprio dall’amico Boldini per studiare l’arte contemporanea d’oltralpe e si aggiorna su Courbet, Manet,
Millet e sulle opere dell’amico Degas, mentre segue sempre la produzione di De Nittis che raggiunge a Londra. I viaggi in Gran Bretagna si fanno più frequenti intorno agli anni Ottanta e qui Signorini stabilisce contatti con alcuni esponenti del gotha artistico londinese come James McNeill Whistler e Frederic Leighton, presidente della Royal Academy dove espone alcune sue opere, e allaccia rapporti con il mercante Arthur Lucas che proprio per lui organizza una mostra di quadri dedicati al vecchio mercato di Firenze. In questi anni diventerà anche amico del pittore John Singer Sargent.
Per completare lo scenario nel quale gli “italiani d’Europa” esprimevano la loro arte, merita infine un cenno un artista che fece da denominatore comune tra i due artisti, e che, seppur francese di nascita, aveva origini italiane e manteneva stretti e affettuosi legami con l’Italia: Edgar Degas. Egli
fu fonte di ispirazione per gli italiani che in quegli anni guardavano alla Francia e amico generoso verso molti di loro. Fu tra gli organizzatori delle mostre impressioniste e si intrattenne spesso con gli italiani di Parigi: Michel Manzi, Diego Martelli, Federico Zandomeneghi, Giuseppe De Nittis, e, appunto, Boldini e Signorini. Con Boldini, Degas aveva in comune l’amore per grandi maestri del passato (nel 1889 andarono insieme a Madrid per studiare le opere di Velasquez custodite al Prado), per il disegno, per la capacità di cogliere, nel gesto pittorico, la linea in movimento. Erano entrambi uomini di mondo, raffinati intrattenitori della società alla moda, avevano lo stesso spirito caustico e se pure ebbero qualche dissidio, la loro amicizia fu sempre alimentata da reciproco rispetto e ammirazione. Amavano dipingere il mondo del teatro, dei cafè e i cavalli, che Boldini ritraeva con tratto energico e impulsivo della pennellata, in una sorta di onomatopea della velocità; Degas invece più del movimento amava il gesto, anche il gesto abituale come quello del fantino che si prepara alla corsa o della ballerina che, con fare esperto, allaccia le scarpette.
Signorini conobbe Degas proprio al caffè Michelangiolo, nel 1858; con lui ebbe in comune l’amore per certi “interni”, per le vedute di strade e città italiane, inglesi e francesi. Degas ammirò la sensibilità attraverso la quale l’amico seppe fare denuncia sociale, quella sua rispettosa attenzione verso i reclusi, gli emarginati, che giungerà al culmine con un’opera di fine carriera quale Il bagno penale a Portoferraio (1888-1894). E non a caso, accanto a L’alzaia, a La sala delle agitate e a Il bagno penale a Portoferraio, esposte a palazzo Zabarella, è stato anche eccezionalmente accostato un quadro di Edgar Degas dal titolo Dans un cafè (L’absinthe) (1875-76), un crudo e veritiero dipinto in cui una giovane donna è ritratta nel momento culmine della sua dipendenza dal liquore, l’assenzio, con gli occhi vuoti, persi nell’oblio.
Cristina Sartori
 
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