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LA DONNA NELLA BELLE ÉPOQUE ITALIANA Stampa E-mail
lunedì 16 giugno 2008

LA DONNA NELLA BELLE ÉPOQUE ITALIANA: “AMMALIANTE” MOSTRA A PALAZZO ROVERELLA DI ROVIGO, fino al 13 luglio 2008.

Raffinata, seducente, fragile. Nel pieno della bellezza, sull’orlo del baratro.

Splendidi ritratti delle protagoniste della Belle Epoque esposti a Palazzo Roverella; nell'arco di pochi anni, la trasformazione della donna, dai Macchiaioli alla modernità.

La presentazione della mostra e l'intervista alla curatrice Alessia Vedova.

Di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo, 9 marzo 2008, pag. 32.

Per visionare la pagina in pdf, cliccare qui:

Mostra Palazzo Roverella

«È scabroso le donne studiar. Son dell’uomo la disperazion/e per l’uomo mister sempre son/ son le donne eterni dèi»: così nel 1905 si cantava ne La vedova allegra, operetta di grande successo di Franz Lehar, quando, a tempo di musica e cancan, si celebrava il fascino femminile nella Belle époque. Dallo studio del mondo femminile tra Otto e Novecento prende avvio la mostra “La Belle époque – Arte in Italia 1880- 1915” allestita a palazzo Roverella di Rovigo sino al 13 luglio. Più di cento donne, affascinanti, accolgono il visitatore e raccontano, con sguardi languidi o trasognati, veli e scialli, toilette alla moda, moderni divertimenti e lussuosi salotti, l’euforia di una società che si era trovata immersa vorticosamente nella modernità. L’avvento dell’elettricità, il diffondersi delle strade ferrate, l’invenzione dell’automobile, il riassetto architettonico e urbanistico delle capitali europee e delle grandi città italiane, le nuove scoperte in ambito scientifico e medico determinarono infatti, in poco più di un trentennio, un epocale cambiamento storico e sociale.
La classe borghese prende sempre più consapevolezza del proprio ruolo sociale – ruolo di prim’ordine accanto alla vetusta nobiltà – con una grande novità: la modernità appartiene alle donne. Mai come in questi pochi decenni la donna viene guardata, ammirata, studiata. In lei, nel suo animo ora più intimo e romantico, ora più frivolo e dissoluto, ora più indipendente ed emancipato, si ravvisano i contorni di un mondo che, immerso in una sorta di euforia, guarda
sempre più all’interno di se stesso presago, ma volutamente inconsapevole, degli imminenti venti di guerra che iniziano a spirare in Europa.
I pittori sono per la maggior parte i protagonisti del movimento dei Macchiaioli, gli “italiani di Parigi”, Boldini, De
Nittis, Zandomeneghi, che dalla Toscana portano nel cuore d’Europa il ritratto sofisticato, l’interno domestico, il momento quotidiano dell’animo come la malinconia, l’attesa, la lettera, quei piccoli gesti ricchi di significato e degni di essere “fissati” sulla tela. E con essi, lo charme della nobiltà più colta e raffinata che si autocelebra, ad esempio, nei ritratti, particolari e bellissimi tracciati dalla pennellata nervosa e imprevedibile del grande Giovanni Boldini, “l’italien du Paris”. Seguendo il percorso della mostra, si possono cogliere i mutevoli stati d’animo delle donne fin de siècle ritratte ancora nella levità del quotidiano: nella prima sezione titolata “Il ritratto: l’abito e l’anima” spiccano il Ritratto della marchesa Franzoni di Boldini in cui la giovane nobildonna sorride maliziosa con una mano al fianco, seduta in punta di sedia, e La moglie Rita in abito da sposa di Amedeo Bocchi nel quale la sposa si toglie un guanto fissando seria il pittore.
La seconda sezione analizza la donna nelle “Pause dell’intimità”: dalla lettura alla rêverie (fantasticheria, immaginazione, abbandono al flusso del sogno a occhi aperti), e qui merita un cenno il piccolo quadro del napoletano Edoardo Toffano proveniente dalla collezione del Quirinale, Enfin seuls, che rappresenta due sposi nel primo momento di quiete e solitudine al termine della festa di nozze: in un sontuoso salotto “macchiaiolo”, lo sposo abbraccia teneramente la sua sposa, affaticata dalla giornata, il velo abbandonato sul sofà, gli occhi chiusi.
Iniziano i primi cambiamenti. Nel volto delle donne si scopre la malinconia, la consapevolezza di una malattia che consuma lentamente e non lascia scampo: il cosiddetto “mal sottile”, la tisi. Particolarmente suggestivo
Ultima foglia di Giovanni Giani, in cui una fanciulla è abbandonata in poltrona, le mani bianchissime, lo sguardo
triste e assente, il levriero che le poggia il muso in grembo; sullo sfondo un albero genealogico, simbolo che con la morte della ragazza si estinguerà anche la stirpe.
La terza sezione mostra donne e fanciulle immerse nel rigoglio della natura: “L’incanto della natura: fiori di primavera e ultime foglie”. È sempre Giovanni Giani che riprende il tema della fanciulla triste, questa volta seduta su un balcone in mezzo alle rose ne Il mattino delle rose. L’attesa. Fa da contraltare a questa tela Flirtation, il quadro dell’unico pittore veneto presente in mostra, il padovano Oreste Da Molin, che raffigura due giovani: lui seduto di traverso sulla bicicletta mentre chiacchiera amorevolmente con lei seduta e appoggiata con fare civettuolo all’ombrellino da passeggio.
E ancora, ecco donne dipinte nei momenti più frivoli in riva al mare o al lago, al trotto e in carrozza: “Verso nuove occasioni sportive” è una sezione nella quale non manca il tema del cavallo. Ma sicuramente la sezione più suggestiva della rassegna è l’ultima, “Vanità e seduzione o della femme fatale”, nella quale si assiste all’avvenuto mutamento dalla frivolezza delle tele fine secolo al dissolvimento di quei valori legati alla famiglia e al quotidiano, che travolge la società moderna, ormai annoiata, svuotata da ogni emozione e stordita dalle droghe. Di eccezionale intensità emotiva La morfinomane di Vittorio Matteo Corcos, nel quale è ritratta una giovane donna dai capelli rossi e gli occhi neri e profondi, bellissima, abbandonata nella poltrona mentre con lo sguardo fisso, annebbiato dalla droga, incrocia gli occhi del visitatore.
Conclude la rassegna una serie di manifesti provenienti dalla collezione Salce, raffiguranti le prime réclame pubblicitarie. L’altra faccia della modernità.
La mostra è aperta nei giorni feriali dalle 9 alle 19, in quelli festivi dalle 9 alle 20, il sabato fino alle 21. Info: 0425- 386290.

servizio di Cristina Sartori

Intervista alla curatrice della mostra, Alessia Vedova

 
I l periodo della Belle époque italiano non è stato studiato con la stessa cura riservatagli in terra francese. Esiste una sorta di “silenzio figurativo” tra i Macchiaioli, ultimo importante movimento artistico e pittorico fiorito in Toscana nella seconda metà dell’Ottocento, e le avanguardie che si manifestano intorno agli anni Trenta del Novecento. Protagoniste dell’arte e della letteratura di questo particolarissimo periodo storico che va dal 1880 al 1915, sia in Italia che in Francia, sono le donne.
Ma quale è il ruolo della donna nella Belle époque?
«Attraverso la selezione delle opere esposte in mostra – spiega Alessia Vedova, coordinatrice della mostra di palazzo Roverella – abbiamo cercato di approfondire il ruolo delle donne in questo trentennio. Esse ricoprono due ruoli diversi. Da un lato la donna della fine dell’Ottocento sembra avere acquisito una forte emancipazione e indipendenza.
Ne sono esempio tele come Ritratto di mia moglie di Galileo Chini, nel quale la moglie, donna di grande carattere, è ritratta abbigliata con un cappottone di foggia maschile e le mani spigliatamente in tasca, o In bicicletta al bois, di Zandomeneghi, un carboncino a pastello nel quale le due giovinette indossano addirittura dei calzoni. O ancora il
Ritratto di Diana Borsi, fondatrice con il marito del Telegrafo di Livorno, dipinto eseguito da Leonetto Cappiello che la ritrae nella sua veste imprenditoriale. D’altro canto, in questo periodo si assiste anche all’emergere di una figura
femminile molto tormentata, pervasa da una profonda inquietudine».
Questo modello femminile è proprio dell’arte figurativa?
«I ritratti sono spesso quelli di donne fatali che attingono alla letteratura (si pensi a Baudelaire): donne sfuggenti, dannate, affascinanti di un’attrazione spesso malefica.
Ecco tele come Margherita Gauthier di Eugenio Scomparini, chiaro omaggio ad Alexander Dumas figlio, in cui l’eroina anche nell’ultimo soffio di vita mantiene una sorta d’ipnotica seduzione. In questa fase certamente le donne, anche nel pieno della loro bellezza, hanno il volto segnato dalla malinconia che le rende quasi irreali fino alla perdizione totale nella Morfinomane di Corcos».
Sono donne quindi diverse da quelle che si erano viste in precedenza sulla tela.
«Le donne della Belle époque si sono allontanate definitivamente dalla dimensione quotidiana dei Macchiaioli, hanno perso quell’attitudine alla casa e al cucito e la loro bellezza deve molto all’abito, alla ricchezza dei salotti e dalle frequentazioni mondane.Ma tutto questo non è più sufficiente: in Mondanità o Uscita dal veglione di Aroldo Borzagni si assiste a una folla di uomini e donne che sciamano fuori dalla festa di fine d’anno: non sono più persone, ma automi, creature attanagliate da problematiche che non vogliono riconoscere, quasi dei fantasmi».
 
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