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QUELLA DEL VAJONT, la vita di Tina Merlin Stampa E-mail
luned 05 marzo 2012

QUELLA DEL VAJONT, in un libro di Adriana Lotto la vita di Tina Merlin

A vent’anni dalla morte, avvenuta nel dicembre del 1991, è uscita la prima biografia di Tina Merlin, staffetta della Resistenza, militante del partito Comunista, giornalista schietta e appassionata, precaria allora come i tanti precari di oggi. Una grande donna che è doveroso ricordare per la sua attualità, ma che molti ricordano come “Quella del Vajont”, titolo di questo libro scritto dalla ricercatrice Adriana Lotto per Cierre edizioni.

Di Cristina Sartori, pubblicato su LA DIFESA DEL POPOLO, 4 marzo 2012


“Quella del Vajont”, un titolo che io non avrei scelto – spiega l’autrice Adriana Lotto – ma che è in qualche modo nato dalla introduzione al mio libro di Toni De Marchi, suo ‘allievo’, il quale solo dopo molti anni che la conosceva e che la frequentava comprese che lei era la stessa Tina Merlin che invano aveva cercato di scuotere le coscienze per impedire la tragedia del Vajont. Una tragedia annunciata che il 9 ottobre del 1963 uccise duemila persone e cancellò in un istante le frazioni di Erto e Casso e la città di Longarone, e devastò altre piccole cittadine nella valle del Piave.
«Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con un terribile schianto. In quest’ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la famosa diga tecnicamente tanto decantata e a ragione, resista (se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un’immane disastro per lo stesso paese di Longarone adagiato in fondovalle), ma sorgeranno lo stesso altri problemi di natura difficile e preoccupante». Questo aveva scritto Tina Merlin il 21 febbraio 1961 sulle pagine dell’Unità prevedendo con lucidità impressionante quanto sarebbe poi accaduto.
«Avevo commesso il «reato» di registrare i fatti e un vice brigadiere dei carabinieri mi accusò di aver diffuso «notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico». Fossi veramente riuscita a turbarlo l’ordine della SADE, oggi non saremmo qui a piangere i nostri morti e a maledire i responsabili!» E questa la chiosa pubblicata il 13 ottobre 1963, pochi giorni dopo il disastro.
Che donna era Tina Merlin? Io l’ho conosciuta negli ultimi anni della sua vita – racconta Adriana Lotto – era diventata molto intransigente, molto dura. Era delusa: aveva dedicato la vita a denunciare ingiustizie nella speranza che il mondo sarebbe migliorato, ma aveva avuto conferma che ciò non era stato. Tante altre questioni, come il crollo del muro di Berlino, il progressivo distacco del suo partito dalla vita della gente l’avevano trasformata in una donna dura. Ma era anche capace di grandi slanci di generosità, e sapeva regalare la sua amicizia, anche se era molto selettiva.
Qual è stata per Tina l’ ‘eredità’ del Vajont?
Per lei – risponde Adriana Lotto – non aver potuto impedire la tragedia del Vajont è sempre stato un grande cruccio. Ma non ha mai fatto di quel suo presagio una sorta di vanto. Non si è mai presentata come “quella del Vajont. Come appunto scrive Toni De Marchi nell’introduzione a questo libro, anch’egli, così come tantissime persone, seppe solo dopo molti anni del coinvolgimento di Tina in quella tragedia. Negli anni successivi al disastro, il non aver potuto essere accanto alle popolazioni colpite come avrebbe voluto – era stata infatti trasferita a Vicenza - è stato per lei altro motivo di grande rimpianto.
Tina era una donna moderna per quegli anni, una giornalista moderna, anche nel precariato. Se fosse vissuta oggi, come sarebbe?
Non sarebbe la stessa di allora – conclude Adriana Lotto, autrice di questa biografia e presidente dell’Associazione Culturale Tina Merlin – si è sacrificata per conciliare vita privata e lavoro. Così come amava moltissimo la sua famiglia, riteneva per lei dimensione essenziale fare politica nel senso di fare qualcosa per la comunità. Dentro questo orizzonte riusciva anche a sacrificarsi, a lavorare vent’anni da precaria. Era una condizione che riusciva a sopportare perché il suo obiettivo, allora, era eticamente grandioso. Oggi viene meno questo sfondo. Non esiste più un partito di massa come era allora il Partito Comunista retto, politicamente parlando, da un obbiettivo comune; oggi la condizione del precariato è solo una miseria. Tina sperava in un mondo di pace, di giustizia, di libertà nel quale poter vivere in maniera dignitosa per tutti. Negli ultimi anni della sua vita aveva perso le sue motivazioni e il suo mordente. Ma lei stessa definì la sua “Una vita povera e stupenda, gioie, lotte e amori”, ed è con questa frase che alla fine del mio libro ho desiderato ridarle la parola.

 
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