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Grande sporca guerra nel libro "La guerra di Giovanni" di Edoardo Pittalis Stampa E-mail
mercoled 14 febbraio 2007

Edoardo Pittalis, editorialista e vicedirettore del Gazzettino, racconta nel suo ultimo libro dal titolo "La Guerra di Giovanni: l'Italia al fronte 1915-1918" (Bilbioteca dell'Immagine, con prefazione di Enzo Biagi), il primo conflitto mondiale visto dai soldati. L'ultimo "ragazzo del '99" ha 106 anni.

Di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano "La Difesa del popolo", il 4 febbraio 2007, pag. 30

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Niente fu risparmiato ai nostri soldati al fronte in quella guerra, la grande guerra, sugli altopiani veneti e tra le montagne di confine con l’Austria: le baionette, i colpi di bombarda, le pallottole Dum Dum che – come scrive Giuseppe Tommasi, diarista della brigata Sassari – quando colpivano «penetravano nelle carni, aprendole come se avessero la curiosità insieme di frugarle e di metterle a nudo».

E ancora la fame, la sete, il freddo, il sonno, le malattie, le fucilazioni eseguite dagli stessi compagni e persino l’iprite, il gas che soffocava in pochi minuti, lasciando i cadaveri con i bulbi degli occhi in fuori e la pelle grigia.

In quei quattro anni di guerra, come racconta Edoardo Pittalis, editorialista e vicedirettore del Gazzettino ne "La guerra di Giovanni," i fanti italiani mandati a combattere vissero nell’inferno e vi morirono. Nel 1915 un mese dopo l’entrata in guerra, l’Italia schierava, orgogliosa, un esercito composto da 970 mila soldati, 33 mila ufficiali, 334 mila “anziani” della milizia territoriale (con il compito, in teoria, di presidiare le retrovie).

Ma era orgogliosa a torto: l’esercito era poco addestrato, male armato e peggio equipaggiato. L’Italia non era pronta ad affrontare quanto sarebbe accaduto, animata dall’errata convinzione che in un mese tutto si sarebbe risolto. Il re, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Trentino, il Tirolo Cisalpino, Trieste, Gorizia – che sola costò una strage – e Gradisca, l’Istria, Cherso, Lussino e qualche altro isolotto.

Invece fu la guerra dei poveri, dei bambini, delle donne rimaste nei paesi, sole, ad aspettare i morti, a veder morire i figli di fame mentre i raccolti marcivano nei campi che più nessuno coltivava.

Fu anche la “guerra di Giovanni” : un “ragazzo del ’99” della brigata Sassari, testimone ancora vivo per raccontare quella guerra combattuta novant’anni fa. L’ultimo Giovanni della grande guerra – scrive Pittalis – ha 107 anni e vive in un paesino della Sardegna, riceve dallo stato un vitalizio di 43 euro mensili versato in due rate annuali, con la pensione, e perciò soggetto a trattenute fiscali. Fu mandato al fronte, in prima linea, che non aveva ancora 18 anni; quando partirono dal suo paese erano in venti. Tornarono in quattro. «Per il Natale del 1917 – ricorda Giovanni Antonio Carta – ci avevano schierato in linea sul Col del Rosso, nel cuore dell’altipiano dei Sette comuni. Era un inverno freddissimo e mi si congelarono i piedi. Dopo due settimane di ricovero in ospedale, mi rimandarono al fronte in tempo per i combattimenti del 28 gennaio, la battaglia dei Tre monti. Certo, avevo paura degli austriaci e loro di me; avevano un’arma loro e avevo un’arma anch’io. Bisognava avere paura e anche coraggio, altrimenti muori prima di morire».

Giovanni Antonio Carta oggi è pensionato della Coldiretti, ha ricevuto la medaglia di bronzo dal presidente Ciampi nel 2004. Ma per lui la guerra non è ancora terminata: a 105 anni – scrive Pittalis nelle ultime righe del libro – ha chiesto l’aumento dell’assegno annuale. Ma non ha ricevuto risposta.

Edoardo Pittalis (presentazione di Enzo Biagi - disegni di Paolo Ongaro), La guerra di Giovanni. L’Italia al fronte: 1915-1918, Biblioteca dell’immagine, pp 343, € 14,00

 
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