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MANET. RITORNO A VENEZIA Stampa E-mail
venerd 31 maggio 2013

MANET. RITORNO A VENEZIA

Venezia, Palazzo Ducale, 24 aprile – 18 agosto 2013

Ottanta opere di Eduard Manet esposte a Palazzo Ducake per cogliere il rapporto con la tradizione, in dialogo con i "Grandi" dei secoli passati.

La mostra coglie il complesso gioco di rimandi, ora di consonanza ora di contrapposizione, che si instaurò tra l'artista e i grandi classici, soprattutto veneti: da Tiziano a Vittore Carpaccio, da Lorenzo Lotto a Francesco Guardi.

Di Cristina Sartori, pubblicato sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo del 2 giugno 2013.

 

Una sfida davvero interessante quella che contrappone la lettura di alcuni dei capolavori di Éduard Manet (1832-1883) magistralmente ricondotto nella “sua” Venezia 160 anni dopo il suo primo viaggio nella città lagunare (avvenuto nel 1853), alla visione dei capolavori dell’arte italiana del Rinascimento ai quagli egli si ispirò.

La mostra Manet. Ritorno a Venezia, allestita a Palazzo Ducale sino al 18 agosto 2013, si legge appunto su questo suggestivo gioco di rimandi, quasi in una sorta di viaggio nel tempo che annulla qualsiasi distanza tra Tiziano, Carpaccio, Antonello da Messina, Lorenzo Lotto, Francesco Guardi, Francisco Goya e, appunto, Éduard Manet.

Sullo sfondo, la città lagunare che come allora si prestò allo sguardo indagatore del pittore francese, oggi si offre allo sguardo dei visitatori che proprio in Palazzo Ducale entrano ad ammirare le ottanta opere esposte, tra dipinti, acquerelli, schizzi e documenti.

Éduard Manet quindi accanto ai grandi maestri veneti. “Contro” o “in omaggio” ai grandi del passato? Comprenderlo è un gioco appassionante che il percorso espositivo propone al visitatore grazie ad un sapiente lavoro critico che si dipana nelle varie sezioni. Splendida quella allestita nella seconda sala, nella quale sono accostate L’Olympia (1863) eccezionalmente prestata dal Musée d’Orsay e per la prima volta a Venezia, e la Venere di Urbino di Tiziano (1538): la pastosità cinquecentesca del colore del pittore cadorino a confronto con il bianco quasi scandaloso delle carni della modella francese. Simili queste due figure ma diversissime nell’atteggiamento e nello sguardo: dolce e sensuale nella Venere di Tiziano; serio e quasi sfrontato nella giovane ritratta da Manet. Nel primo quadro un piccolo cane accucciato accanto alla Venere è simbolo di fedeltà; nella citazione del pittore francese nello stesso posto vi è un pericoloso gatto nero, con gli occhi spiritati e pronto ad attaccare. Scandaloso questo quadro che destò scalpore al Salon del 1865, come l’altro quadro che non può non ricordare La Tempesta di Giorgione, Le Déjeneur sur l’herbe, del 1863.

E ancora Jésus insulté par le soldats (1864) a confronto con il Cristo morto sostenuto da tre angeli di Antonello da Messina (1475): in questa sezione vi è anche un acquerello che raffigura il Cristo con gli Angeli dipinto da Manet un una posa frontale fa quasi pensare al Cristo morto del Mantegna custodito a Brera che non avrebbe sfigurato in questa sala.

Il gioco continua con la sezione dedicata all’ispanismo di Manet: la Lola de Valence più volte ritratta da Manet riporta alle figure femminili di Goya. E proseguendo nella sezione dedicata alla Musica e al Teatro, Le Balcon (1868-1869) è sapientemente accostato alle splendide Due dame veneziane di Vittore Carpaccio, (1495 circa); anche qui un gioco di rimandi tra le due figure femminili che attendono gli uomini da una caccia nel quadro del maestro veneziano inserite in uno scorcio prospettico perfetto, e le due signore parigine che con aria assorta guardano dal balcone. In entrambi i quadri, un fanciullo alle loro spalle affaccendato in qualcosa.

E così anche per Bal masqué à l’Opéra (1873-1874) accostato al ballo in maschera del Ridotto di Palazzo Dandolo a San Moisé di Francesco Guardi (1740-50 circa). Stesse figure mascherate: i gentiluomini con marsina e mantello nel foyer dell’affollato teatro parigino – e qui, a sorta di divertissement, un curioso autoritratto del pittore raffigurato a destra del gruppo di persone, il gentiluomo con la barba bionda che guarda direttamente il visitatore -, e i cavalieri della Serenissima in tricorno e bautta che, un secolo prima, si intrattengono con allegre mascherine.

E per finire il ritratto dell’amico Emile Zola, l’unico che sempre lo difese dagli attacchi della critica, dipinto da Manet nel 1868, in dialogo con il Ritratto di giovane gentiluomo nello studio di Lorenzo Lotto (1530 circa): simile la postura, la scena ricca di dettagli, l’atmosfera assorta dei due gentiluomini.

Una mostra quindi che davvero rende omaggio all’artista francese e alla sua modernità, ma che evidenzia lo stretto legame che egli ebbe con i maestri del passato, con l’arte italiana in particolare, e che si conclude nell’ultima sala con un personale omaggio di Manet alla “sua” Venezia, a quel mare comune a tutti i lidi  - dalla laguna veneta al Nord della Francia - che, in quanto ex mozzo, conosceva bene.

Alla fine insomma, da questo confronto chi esce vincitore? Il grande artista francese certo, ma con una punta di campanilismo veneto, forse viene da pensare che egli non sarebbe stato così grande se non avesse conosciuto i grandi della nostra storia dell’arte: Tiziano, Giorgione, Carpaccio.

 
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