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REMBRANDT a PADOVA e altre mostre a NordEst Stampa E-mail
marted 10 gennaio 2012

REMBRANDT VAN RIJN A PADOVA ai Musei Civici agli Eremitani, fino al 31 gennaio 2012; le magiche atmosfere vedutiste di Bernardo Bellotto a Conegliano; le sconosciute "amazzoni scite" dell'Avanguardia Russa a Vicenza a Palazzo Leone Montanari: queste e altre le mostre a Nord Est da non perdere.

di Cristina Sartori, pubblicato su LA DIFESA DEL POPOLO dell'8 gennaio 2012.

 

REMBRANDT ai MUSEI CIVICI AGLI EREMITANI A PADOVA
Non è propriamente una mostra quella allestita al Museo Civico e dedicata a Rembrandt, ma piuttosto un incontro con uno dei più grandi maestri della storia dell’arte, eccezionalmente rappresentato a Padova da due opere, prestiti dal Museo Statale dell’Ermitage di San Pietroburgo, grazie ad una prestigiosa collaborazione con la città di Padova.
Esposte due opere della piena maturità artistica del pittore olandese, il Ritratto di vecchio ebreo e il Ritratto di vecchia, eseguite nel 1654, talmente apprezzate da essere volute da Caterina II di Russia per il Museo della Neva, assieme a tanti altri capolavori facenti parte della raccolta del conte Silvain-Rapahël Baudouin.
Le accompagna una quarantina di incisioni eseguite dal pittore, fogli originali e copie, selezionate tra quelle custodite nel fondo del Museo Civico e tra quelle della collezione del marchese Federico Manfredini conservata alla Biblioteca del Seminario Vescovile di Padova. Tra queste è possibile ammirare il foglio con Il Cristo che risana gli infermi, a testimonianza della straordinaria capacità incisoria di Rembrandt e della fama di cui godette in vita tale da far diventare queste stampe acquisto ambito da parte di collezionisti e appassionati in tutta Europa.
Nato nel 1606 a Leyda, quinto di sei figli, Rembrandt fu l’unico ad essere avviato agli studi. Si iscrisse nel 1620 alla facoltà di lettere dell’università fondata da Guglielmo d’Orange per poi lasciarla e dedicarsi agli studi artistici. Ebbe due maestri: Jacob Isaaksz van Swanenbruch e Pieter Lastmann dal quale apprese gli effetti violenti e drammatici della sua arte e la predilezione per i gesti concitati. Nel 1625 aprì, con un socio, la sua bottega ed iniziò a cimentarsi nel genere del ritratto con immediato successo tanto che un anno dopo decise di trasferirsi ad Amsterdam. I ritratti rappresentano infatti la parte più cospicua della produzione dell’artista che amava ravvisare nei volti dipinti le effigi di persone conosciute e di famigliari. Si dedicava quasi con ostinazione allo studio dei contorni del volto umano cercando di penetrare l’anima del soggetto ritratto, al punto che la somiglianza fisica passava in secondo piano.
Le due tele esposte ai Civici Musei di Padova indagano l’ultima stagione della vita umana, la vecchiaia, con una fortissima e suggestiva ricerca emotiva che si caratterizza in due diversi registri espressivi: nel Vecchio ebreo, (secondo la tradizione il leggendario Thomas Parr vissuto secondo i racconti 152 anni) spicca l’acume dello sguardo colmo di amarezza, ma indomito nonostante la veneranda età; nella anziana signora, per molto tempo ritenuta la madre del pittore, sono la tristezza e la rassegnazione espresse dalla mestizia delle labbra ad incantare chi guarda.
Pochi anni dopo aver dipinto questi due capolavori la sorte di Rembrandt si accanirà nuovamente su di lui; dopo la morte di tre figli e della prima moglie Saskia, la malaccorta gestione del suo patrimonio lo ridurrà sul lastrico; sarà costretto a dichiarare fallimento e a disperdere all’asta tutti i suoi beni. Si occuperà di lui, sino alla morte (avvenuta nel 1669), l’unico figlio maschio sopravvissuto alla madre, Tito, che provvederà anche alla matrigna Hendrickje e alla sorellastra Cornelia, anch’esse, come Tito, più volte ritratte dal pennello del grande maestro olandese.

 

BERNARDO BELLOTTO IN MOSTRA A CONEGLIANO
Conegliano, Palazzo Sarcinelli, sino al 15 aprile 2012


Essendo “figlio d’arte”, in quanto nipote di Antonio Da Canal detto il Canaletto, Bernardo Bellotto, seppure dotato di talento precoce, ebbe certamente strada facile al successo. E pittore di successo lo fu certamente, assai apprezzato alle corti delle grandi capitali europee del Settecento, Dresda, Vienna, Varsavia, presso le quali visse moltissimi anni dipingendo splendidi capolavori.
Era infatti uso per gli artisti, nel secolo dei lumi, viaggiare per le corti portando l’italianità in Europa e l’Europa in Italia, anche se era più frequente che fosse l’arte italiana ad imporsi nelle corti europee.
Questo avvenne anche nel caso di Bernardo Bellotto che riuscì in modo del tutto originale a tradurre il linguaggio vedutista appreso nella bottega del celebre zio, nelle vedute delle capitali europee tanto diverse da Venezia, mantenendone l’impostazione tradizionale, seppure mediata da un uso particolarissimo della luce, quasi sempre fredda e bluastra. Ecco il successo delle sue opere e delle acqueforti, una selezione delle quali – circa 60 eccezionali prestiti – esposte nella mostra allestita a Conegliano, a Palazzo Sarcinelli, dal titolo Bernardo Bellotto. Il Canaletto delle corti europee, aperta sino al 15 aprile 2012.
Un percorso espositivo che parte da Venezia e dalle opere giovanili di Bellotto – accompagnate ad una scelta di altre opere dei maestri del Vedutismo, passando per Canaletto, Carlevarijs, Guardi, Marieschi –, indaga le opere eseguite durante i viaggi in Italia, si concentra sulle grandi vedute eseguite dal 1747 durante il primo soggiorno a Dresda con 14 acqueforti realizzate tra il 1747 ed il 1759 anno in cui Bellotto fu costretto ad abbandonare la città per lo scoppio dello guerra con i prussiani. Sono poi esposte tre delle undici tele destinate alla galleria di Augusto III con le vedute della città di Pirna (1753-58) e opere eseguite durante il soggiorno viennese (1759-60) momento nel quale l’artista scoprì il fascino dei giardini nei quali inserì armoniosamente i ritratti dei nobili proprietari. La mostra si conclude con gli anni trascorsi a Varsavia alla corte di Stanislao Augusto Poniatowski (dal 1767 al 1780 anno della morte del pittore) durante i quali Bellotto riprodusse le vie e i palazzi della capitale con precisione documentaria sia nel riportare le architetture che nel ritrarre anche la vita comune, in un’armoniosa sintesi tra la stagione del Vedutismo veneziano e la scena di genere europea.
Per informazioni: numero verde gratuito 800 775083

AVANGUARDIA RUSSA. ESPERIENZE DI UN MONDO NUOVO
Vicenza, Palazzo Leone Montanari, sino al 26 febbraio 2012


Ancora la Russia, dopo quella di Caterina II sfondo delle mostre dedicate a Bellotto a Conegliano e a Rotari e Cignaroli a Verona, è protagonista della mostra allestita a Palazzo Leone Montanari di Vicenza, indagata nella sua stagione avanguardista dei primi del Novecento, con 85 opere giunte in Italia per la prima volta dai musei regionali russi di Ivanovo, Kostroma, Jaroslavl’ e Tula, poste in dialogo con la collezione di icone di Intesa Sanpaolo, dialogo che evidenzia le radici orientali comuni di queste due manifestazioni artistiche.
Dal Settecento così attento e appassionato nei confronti dell’arte italiana e veneta in particolare, un salto di due secoli per conoscere il gusto dei protagonisti dell’Avanguardia russa che nei primi anni Venti tentò la formazione di utopistici musei di cultura pittorica poi rinnegati dal potere sovietico dagli anni Trenta in poi.
Notissimi capolavori di altrettanto immortali artisti come Kandinskij, Malevič, Rodčenko accompagnano opere di artisti a noi pressoché sconosciuti ma di indiscusso valore, come Ol’ga Rozanova, definita dal poeta cubo-futurista Benedikt Livšic assieme ad altre quattro artiste esposte in mostra – Varvava Stepanova, Alexandra Ekster, Natal’ja Gončarova, Ljubov’ Popova – Vere amazzoni, cavallerizze scite, non tanto per un comune sentire artistico, quanto per una sorta di complicità tra i rappresentanti dell’Avanguardia che non discriminava le protagoniste femminili. Curiosamente queste artiste che rappresentano la novità di questa rassegna, pur cimentandosi con nuovi linguaggi espressivi e nuove tendenze artistiche come il cubismo, non rinunciavano alla loro identità femminile; ecco che nei quadri di Ol’ga Rozanova compaiono ancora rocchetti, filo, pezzi di stoffe e pizzi, autoritratti con collana e cappellino (Autoritratto, 1910), mentre Ekster teorizzò l’abito di moda contemporaneo e Stepanova e Popova invece idearono la tuta standardizzata, utile sia per il lavoro che per lo sport o il teatro.


Per informazioni, call center 800.57875, www.palazzomontanari.com

 
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