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marted 12 aprile 2011

 

150 esimo del Risorgimento: Una festa importante perché fa discutere. Padova durante l'epoca risorgimentale: una città addormentata dal 400 anni.

di Cristina Sartori. Pubblicato sul settimanale diocesano LA DIFESA DEL POPOLO del 13 marzo 2011.

Su una città addormentata da 400 anni
Per capire cosa accadde nel risorgimento padovano dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di quattro secoli, sostiene il giornalista e scrittore Toni Grossi, autore insieme a Francesco Jori di una frizzante Storia di Padova: «La città veniva da quattro secoli di dominazione veneziana. I signori “serenissimi” erano abili e sottili nel gestire le situazioni: o compravano o reprimevano. Nella città del Santo usarono di più la carota che il bastone.
“Comprarono” i signori locali, i docenti universitari, causando appunto in quattro secoli di dominazione il completo annientamento della dimensione politica della città. Quando cade la dominazione veneziana, (1797), arrivano i francesi, poi gli austriaci e infine viene proclamato il Regno d’Italia. La dimensione politica, mortificata, appartiene a poche persone: i padovani non erano più abituati a fare politica. Le classi dirigenti, che erano quelle più abbienti, avevano mutuato lo schema dei signori veneziani: vivevano di rendita, sfruttavano ciò che possedevano – i contadini, le rendite agrarie – senza investire nulla. Il momento dell’unificazione, quindi, coglie Padova in un momento di vitalità politica molto limitata».
Dopo l’annessione del Veneto all’Italia, nel 1866, lo scenario politico è completamente in mano alla destra. Come mai?
«Il predominio della destra è frutto di questa situazione. Gli unici che avevano la possibilità di governare – cioè che economicamente non avevano necessità di lavorare per vivere e potevano dedicarsi alla politica – erano espressione da un lato delle storiche famiglie padovane, dall’altro delle famiglie borghesi da poco arrivate al potere e al benessere economico, dopo che i veneziani avevano svenduto terreni e possedimenti. Borghesi e nobili: la politica non poteva che essere di destra. Governavano i signori e i padroni; la sinistra quasi non esisteva. Ci vorranno decenni per trovare un’amministrazione democratica».
Curiosamente, nonostante la tradizione religiosa cittadina forte di presenze importanti, come chiese, monasteri, la basilica del Santo, gli anni dell’annessione mostrano una Padova apertamente anticlericale...
«Anche questa è una conseguenza della dominazione della Serenissima. I veneziani per governare avevano fatto leva su due grandi centri di potere, oltre a quello municipale già in mano loro: l’università e la chiesa. Per secoli i vescovi cittadini furono, in qualche modo, decisi dalla Serenissima.
Dal momento in cui salta il governo veneziano, si stura anche l’astio che i padovani avevano nutrito nei confronti di Venezia. La chiesa viene vista come il luogo che aveva fatto da sponda a questo potere e si scatena quindi l’anticlericalismo. A ciò si aggiunga che anche l’università patavina non era luogo di grande afflato clericale, nonostante da secoli accogliesse al suo interno la facoltà teologica».
Chi furono gli attori principali degli intrecci economia-politica post-risorgimentali?
«Nel luglio del 1871 nasce a Padova la Banca veneta di depositi e conti correnti, istituto voluto da Alessandro Rossi, quello del lanificio di Schio che desiderava incentivare lo sviluppo e dare respiro finanziario alle imprese. E poi c’è Vincenzo Stefano Breda, industriale padovano, deputato della destra al parlamento, senatore nel 1890, che fonda la Società veneta per imprese e costruzioni pubbliche. Entrambi sono espressione del primo tentativo della borghesia padovana di uscire dal rapporto che l’aveva caratterizzata per anni, consolidato sul legame tra nobiltà e territorio, e di approdare al capitalismo moderno. Breda lo fa coniugando insieme l’economia e la politica, e cercando soprattutto di offrire alla realtà padovana che fino ad allora non aveva vissuto questa dimensione, una nuova prospettiva di carattere industriale e finanziario. Sappiamo poi che la cosa finì male e in molti dicono che quella fu la prima e l’unica occasione per Padova di tentare il salto nell’epoca industriale moderna».
Lei è giornalista. Qual era la situazione della stampa padovana durante l’unificazione?
«A Padova c’erano Il Bacchiglione, che cessa la sua pubblicazione nel 1888, Il Veneto organo del partito progressista moderato, L’Euganeo che viene soppiantato da Il Comune - giornale di Padova.
Al di là della loro enumerazione, i giornali padovani negli anni post-risorgimentali vanno colti in una loro dimensione essenziale. Leggevano solo alcune classi sociali: quelle che governavano. I giornali quindi erano in mano delle elìte più o meno padronali, nobili e borghesi, strettamente legati alla dimensione politica dell’epoca. Al tempo la figura dell’editore puro, quanto meno non implicato politicamente, non esisteva. Il fenomeno andrà avanti per molto tempo; bisognerà attendere i primi del Novecento per avere giornali che nascano come riferimento di un’area precisa, espressione di una diversa cultura politica».
Se dovesse indicare un protagonista della Padova risorgimentale?
«Sicuramente Alberto Cavalletto, almeno sul versante della sensibilità politica. Ma bisogna tenere presente che Padova è abbastanza povera di uomini perché è povera di politica. E questo lo pagò nello spessore dei suoi personaggi».
C. S.
 
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